Autore: Amministratore

TEMPO DI FESTIVAL

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio si svolgono da noi, e non solo da noi, i due più importanti festival dell’anno: quello di Sanremo e quello di Sangiuda, che, pur trattando tematiche apparentemente del tutto differenti, non mancano di importanti analogie.

Il  festival di Sanremo è ufficialmente una manifestazione canora che si tiene nell’omonima ridente e turistica cittadina ligure nella seconda settimana di febbraio, e, proseguendo in crescendo con l’andazzo assunto  negli ultimi anni, annovera, tra presentatori, cantanti e ospiti, personaggi che si possono tranquillamente classificare come immondizia umana, all’insegna del detto che non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è schifoso; individui che una società civile dovrebbe rinchiudere in celle sotterranee e poi buttare via la chiave.

Senonché la suddetta manifestazione muove ingenti capitali e i predetti personaggi “fanno cassa”,  perché sono addirittura idolatrati ed imitati da migliaia e migliaia di imbecilli, che, per loro sfortuna, sono nati negli ultimi decenni, ovvero in un tempo in cui il Sistema ha perfezionato i metodi di lavaggio e ricondizionamento dei cervelli, sovvertendo l’ordine dei valori umani e civili, così da affossare quelli più alti ed innalzare quelli più bassi.

In tal modo individui persino stonati, ma supertatuati, corredati da ferraglia sotto forma di orecchini, anelli e quant’altro applicata a qualsiasi parte del corpo, riscuotono grande successo  come cantanti e ne riscuotono ancor di più se  dimostrano quanto meno una ambiguità di sesso, perchè l’inversione sessuale è ormai imposta come pregio assoluto e primario.

Ad essi, poi, si affiancano gli e soprattutto le “influencer”: autentici parassiti  che in vita loro non hanno mai mosso un dito per lavorare, ma sono diventati multimilionari  e si considerano semidei per il fatto di sparare in “rete” cazzate che i suddetti imbecilli si bevono come verità assolute e per questo sono superpagati dai pescicani che dalla divulgazione di tali “verità” traggono grandi guadagni finanziari.

Ma non basta. Il festival di Sanremo è anche una formidabile occasione per propagandare il veleno del Sistema  a scopo “educativo” per il popolo dei beoti, che ingoiano tutto con disinvoltura senza neppure sospettare di essere presi per il culo: oltre alle frequenti e selezionate battute “politicamente corrette” con le quali i presentatori e i concorrenti inframmezzano i loro interventi, tra gli ospiti d’onore figurano squallidi personaggi  che fanno satira politica ad uso e consumo della mangiatoia, tra i quali troneggia il becero e volgare pseudocomico giudeo-comunista che, vomitando per meno di dieci minuti stomachevoli idiozie sulla Costituzione e la pace, riscuote varie centinaia di migliaia di euro e il benevolo sorrisetto di approvazione della più alta carica dello Stato presente in sala, alla quale non è noto se abbia tastato i testicoli come esso  è solito fare per salutare i suoi amici.

Il festival di Sangiuda (denominazione non ufficiale) è però molto più importante ed ha una durata assai più lunga, svolgendosi con andamento piramidale dalla metà di gennaio a quella di febbraio, peraltro con  richiami pressoché giornalieri nel corso di tutto  l’anno. Muove anch’esso ingentissimi capitali, almeno dieci volte più del primo e ha la sede simbolica in una poco ridente ma altrettanto turistica cittadina polacca. Le sedi materiali  sono invece tantissime e non sono ubicate in Africa, Sudamerica e Asia, dove esso riscuoterebbe solo indifferenza, non in Medioriente dove susciterebbe solo ilarità, non in Nordamerica dove sarebbe perfettamente inutile, bensì in Europa e soprattuto nelle nazioni colpevoli, in passato, di essersi  ribellate al dominio giudaico, cioè Italia e Germania.

In tali Stati governi, istituzioni e notabili politici di qualsiasi rango, che se ne fregano altamente dei milioni di loro connazionali massacrati dagli organizzatori del festival e dai loro sostenitori ed ai quali non hanno mai dedicato neppure una targhetta, fanno a gara per celebrarlo e divulgarlo con la massima eco, impiegando tutti i mezzi di (dis)informazione di cui dispongono, utili a tale scopo, con la ovvia benedizione del “santissimo padre”, che si unisce di buon grado al coro (sono ormai tanto lontani i tempi della Santa Inquisizione). Ragion per cui anche per esso si sprecano celebrazioni, testimonianze, interviste, filmati ad hoc confezionati, programmazioni televisive su tutti i canali, articoli di giornale e, perché no, anche “fictions “, che ci stanno sempre bene; il tutto accompagnato dalle minacce, per niente platoniche, di democratiche gravi sanzioni rivolte a chi osa avanzare qualche dubbio sulla fondatezza delle tesi che il festival sostiene e divulga, in omaggio alla strombazzata libertà di pensiero di cui le stesse eccellenze si proclamano difensori.

Ovviamente l’attenzione dei promotori del festival è rivolta principalmente ai giovani: lobotomizzati, rincoglioniti e creduloni va bene, ma quello che è altrettanto essenziale è che non perdano la “memoria” di ciò che è stato loro fatto imparare.

Il fatto è che per esibire “testimonial” e “ospiti d’onore” occorre ormai scovare personaggi pressoché centenari e tra qualche tempo sarà impossibile trovarne. Pertanto è necessario approntare efficaci soluzioni a tale naturale inconveniente: a questo scopo si stanno cominciando ad attrezzare gli “eredi dei sopravvissuti”, affinché prendano il posto degli antenati; si  organizzano altresì gite scolastiche per inviare gli studenti di ogni ordine e grado a visitare i luoghi opportuni mentre si raccontano loro le verità assolute imposte per legge e, come peraltro già è in uso da molti decenni, si  fanno studiare loro testi scolastici  che riportano le stesse “sacrosante” verità.

E’ infatti imprescindibile che le nuove generazioni e quelle future non perdano la “memoria” di ciò che è stato loro tanto accuratamente insegnato e che non affiorino dubbi in proposito, perché se ciò avvenisse, se venissero a galla altre verità, per gli organizzatori del festival finirebbe la pacchia e la loro situazione, da eccezionalmente florida qual’è oggi, diventerebbe molto ma molto difficile.

Giuliano Scarpellini

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IL SOLSTIZIO D’INVERNO

Il Solstizio d’Inverno, che quest’anno si verificherà in Italia il 21 dicembre alle ore 22,47 in coincidenza del punto più basso raggiunto dal Sole rispetto all’equatore celeste, coincide con l’inizio della rivincita della luce sulle tenebre: dalla data in cui cade, infatti, il giorno inizia ad allungarsi a spese della notte e continuerà a farlo fino al culmine che raggiungerà col Solstizio d’Estate. Tale evento è stato pertanto festeggiato per millenni in tutte le parti della terra in cui si sono sviluppate civiltà più o meno progredite, con differenze più apparenti che reali, motivate solo dai diversi usi e costumi.

Nei giorni del Solstizio d’Inverno (21-25 dicembre), in ogni angolo del pianeta quasi tutti i popoli dell’antichità hanno celebrato la nascita delle loro divinità solari o di qualche essere soprannaturale; solo per fare qualche esempio: Krishna, in India, Schin-Shin in Cina, Quetzalcoath e Huitzilopochtli in America del Sud nelle culture pre-colombiane e, più vicino a noi, Horus in Egitto, Mithra in Persia (che entrerà presto nelle tradizioni e celebrazioni dell’antica Roma con i Saturnali e la festa del “Sol Invictus”), Tammuz in Babilonia.

Iniziò ad essere celebrato dai nostri lontanissimi antenati, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Externsteine in Germania, di Stonehenge in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan in Iran e della Val Camonica in Italia, già in epoca preistorica e protostorica. Quello stesso fenomeno, fu sempre atteso e magnificato da tutte le popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (“rinascita del dio Sole”), i Germani “Yule” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (“ruota solare”), i Finnici “July” (“tempesta di neve”), i Lapponi “Juvla”, i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”); ma anche altrove: “Dongzhi” in Cina, “Toji” in Giappone, “Soyal” presso gli indigeni Hopi dell’attuale Arizona, “Lohri” in India, “Shab-e Yalda” in Iran, ecc.. Il tutto riconducibile alla venerazione del Sole, fonte della vita di tutte le creature che popolano la terra: uomini, animali e piante.

Forse l’unica eccezione al culto del Sole fu costituita dalla religione ebraica, da cui derivarono quella cristiana e quella maomettana, religioni, queste ultime, che, al contrario del paganesimo che esaltava la vita e la luce solare, esaltano – almeno in teoria – la morte e le tenebre come viatico per un aldilà alquanto nebuloso e fantasioso.

Una volta affermatosi, il cristianesimo si adoperò per eliminare le feste pagane, che però, essendo profondamente radicate nella cultura e nelle tradizioni popolari, risultavano insopprimibili. E allora dovette accontentarsi di camuffarle secondo le proprie esigenze. Fu così che la festa del Solstizio d’Inverno divenne – nel IV secolo d.c. – il Natale di Gesù Cristo; del tutto arbitrariamente, però, in quanto è storicamente tutt’altro che certa l’esistenza di Cristo e comunque assolutamente sconosciuta la data della sua nascita e con un clamoroso plagio di religioni precedenti, in particolare di quella mitraica. Mithra, infatti, 14 secoli prima di Cristo, era nato in una grotta nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, partorito da una madre vergine; ma anche Horus, figlio della vergine Iside, nacque in una grotta annunciato da una stella d’oriente e venne adorato da pastori e da tre uomini saggi che gli offrirono doni. E nei miti antichi, ci sono numerosi esempi di madri vergini che partoriscono esseri divini: Devaki, madre di Krishna; Ceres, madre di Osiride; Maia, madre di Sakia; Celestina, madre di Zunis; Chimalman, madre di Quexalcote; Minerva, madre del Bacco greco; Semele, madre del Bacco egiziano; Nana, madre di Attis; Alcmene, madre di Eracle (Ercole); Shing-Mon, madre di Yu e forse altri ancora.

Ciononostante, per quanto camuffati, sopravvivono tutt’oggi i riti, le credenze e i simboli della festa pagana del Solstizio, che niente hanno a che fare col cristianesimo. L’esempio più evidente è l’usanza di addobbare “l’albero di Natale”: l’albero era il simbolo della vita per i pagani e le luci con le quali viene adornato, al pari di quelle che inondano oggi strade e case, sono un riferimento inequivocabile al Solstizio d’Inverno e al culto del Sole. Altrettanto dicasi della figura di “Babbo Natale”: fondamentalmente essa deriva, con i dovuti adattamenti, da una leggenda nordica secondo la quale, nella notte del Solstizio, Odino (o Wotan) usciva a cavallo per andare a caccia e i bambini venivano invitati ad appendere sulla porta di casa o presso il camino una calza piena di paglia e fieno per nutrire il cavallo del dio, il quale, per riconoscenza, avrebbe lasciato nella calza dolcetti e regalini.

Comunque, qualunque cosa crediate e qualunque cosa festeggiate, Buone Feste a tutti!

Giuliano Scarpellini

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IL RUGGITO DEL TOPOLINO

Migranti? Pussa via, sciò, sciò.

Ma come, sono già arrivati in porto?

Va be’, vediamo chi sono; se ci sono alcuni minori, donne incinte e “fragili” (?) li facciamo scendere a terra, ma solo loro.

Ci sono, in totale corrispondono al 75% dei clandestini, mica poca roba; scendono a terra.

Gli altri però no e poi no: se li prenda chi vuole, ma via di qui.

Un momento però, sembra che quelli rimasti a bordo si siano improvvisamente “infragiliti”.

Allora occorre un nuovo controllo: sale sulle navi una commissione composta da eminenti medici, psicologi, sociologi, farmacisti, fisioterapisti, veterinari e altri, che attesta che sì, anche quelli rimasti a bordo sono “fragili” (?), tutti, nessuno escluso.

Giorgia rimane perplessa, forse pensava veramente che nella commissione ci fosse qualcuno con i coglioni che ammettesse di essere stato preso per il culo, ma non era così, perciò tutti a terra, anche il “carico residuale”, che scende giubilando, malgrado la “fragilità”.

Unico successo: una nave dirottata a Marsiglia, nella riprovazione generale, compresa quella sprezzante dei farisei francesi che hanno fatto il grande gesto di accoglierla ponendo a confronto la loro “umanità” con la “disumanità” italiana e inducendo Matteo a dichiarare che spira “aria nuova”. Si accorgerà presto che invece l’aria è quella viziata di sempre.

Il fatto è che Giorgia ha tutti contro; dalla cricca di Bruxelles alla presidente della “Consulta”, dal Vaticano ai santi vescovi, dalle toghe alle orde di avvocati “progressisti”, dai pidioti ai loro squallidi complici. Perciò è perfettamente inutile disquisire sulle norme internazionali e fantasticare sul chimerico “blocco navale”. Se davvero vuole fermare le navi negriere finanziate dalla UE, da Soros e dagli altri “filantropi” come lui, ha come unica possibilità quella di ricorrere al buon vecchio metodo dei bei tempi andati: un colpo di cannone davanti alla prua e poi, se non basta, fuoco sul bersaglio!

Straordinariamente efficace, ma, non so perché, qualcosa mi dice che non lo farà.

Giuliano Scarpellini

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QUANDO LA VERITA’ SOMMERSA VIENE A GALLA

Joe Biden riconosce il ruolo ebraico “immenso” nei mass media e nella vita culturale americani

di  Mark Weber

In un discorso notevole ma sottostimato, una delle figure politiche più importanti e influenti d’America ha riconosciuto il ruolo “immenso” e “fuori misura” degli ebrei nei mass media e nella vita culturale statunitensi. Joe Biden – ora Presidente degli Stati Uniti – ha affermato che questo è stato il fattore più importante nel plasmare gli atteggiamenti americani nel secolo scorso e nel guidare i grandi cambiamenti politico-culturali.

“L’eredità ebraica ha plasmato chi siamo – tutti noi – tanto o più di qualsiasi altro fattore negli ultimi 223 anni. E questo è un dato di fatto”, ha detto Biden a un incontro con leader ebrei il 21 maggio 2013 a Washington, DC. “La verità è che l’eredità ebraica, la cultura ebraica, i valori ebraici sono una parte così essenziale di ciò che siamo che è giusto dire che l’eredità ebraica è un’eredità americana”, ha aggiunto (1).

“Pensa: dietro a tutto ciò, scommetto che l’85 percento di quei [grandi cambiamenti socio-politici], che si tratti di Hollywood o dei social media, sono una conseguenza dei leader ebrei del settore. L’influenza è immensa, l’influenza è immensa. E, potrei aggiungere, è tutto positivo”, ha aggiunto Biden. “Ne parliamo in termini di incredibili realizzazioni e contributi” dei singoli ebrei, ha proseguito Biden, ma è più profondo di così “perché i valori, i valori sono così profondi e così radicati nella cultura americana, nella nostra Costituzione“.

Biden ha parlato con la consapevolezza di un esperto insider di Washington. Pochi uomini sono stati coinvolti più profondamente nella politica nazionale, o hanno una familiarità più intima con le realtà del potere nella vita pubblica americana. Al momento in cui ha pronunciato questo discorso nel maggio 2013, era il vicepresidente degli Stati Uniti, posizione che ha ricoperto per otto anni nell’amministrazione del presidente Obama. In precedenza era stato senatore degli Stati Uniti per 26 anni e aveva ricoperto incarichi importanti al Congresso.

“Il popolo ebraico ha dato un grande contribuito all’America. Nessun gruppo ha avuto un’influenza pro capite così smisurata”, ha anche affermato Biden nel suo discorso del maggio 2013. Ha citato in particolare il ruolo degli ebrei nel plasmare gli atteggiamenti popolari e nella definizione delle politiche sulle relazioni razziali, il ruolo delle donne nella società e i “diritti dei gay”. Ha detto: “Non puoi parlare del movimento per i diritti civili in questo paese senza parlare dei precursori ebrei della libertà e di Jack Greenberg … Non puoi parlare del movimento delle donne senza parlare di Betty Friedan”. Biden ha anche elogiato “l’abbraccio dell’immigrazione” da parte della comunità ebraica.

“Credo che ciò che influenza i [principali movimenti socio-politici] in America, ciò che influenza i nostri atteggiamenti in America siano tanto la cultura e le arti più di qualsiasi altra cosa”, ha anche affermato Biden. “Non è stato nulla che noi [politici] abbiamo fatto legislativamente”, ha continuato. “Erano [tali programmi televisivi come] ‘Will and Grace’, erano i social media. Letteralmente. Questo è ciò che ha cambiato gli atteggiamenti delle persone. Ecco perché ero così certo che la stragrande maggioranza delle persone avrebbe abbracciato e abbracciato rapidamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso”.

Nel suo discorso del maggio 2013, Biden ha anche parlato del ruolo cruciale svolto dagli ebrei nell’evoluzione della giurisprudenza americana, e al riguardo ha menzionato sette giudici della Corte Suprema: Brandeis, Fortas, Frankfurter, Cardozo, Ginsberg, Breyer e Kagan. “Non si può parlare del riconoscimento dei… diritti nella Costituzione senza guardare questi incredibili giuristi che abbiamo avuto”.

Biden potrebbe anche aver menzionato che dei nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti dell’epoca, tre erano ebrei e che gli ebrei sono stati allo stesso modo ampiamente sovrarappresentati in altri incarichi di governo federale, statale e cittadino di alto livello. Avrebbe anche potuto menzionare che il presidente del Federal Reserve System e i sindaci delle tre città più popolose d’America – New York, Los Angeles e Chicago – erano ebrei.

Sebbene il potere ebraico sia stato un fatto importante della vita americana per decenni, questa realtà è raramente riconosciuta apertamente, specialmente da eminenti americani non ebrei. In una società che presumibilmente si batte per l’uguaglianza della “diversità” e dell'”azione affermativa”, il potere e l’influenza ampiamente sproporzionati di un gruppo etnico-religioso che non costituisce più del due per cento della popolazione complessiva potrebbero essere comprensibilmente considerati fonte di imbarazzo. Forse questo spiega perché le franche osservazioni di Biden hanno ricevuto solo una scarsa eco da parte della stampa e non hanno suscitato quasi nessun commento nei principali mezzi di comunicazione.

Per alcuni ebrei, le osservazioni di Biden sul potere ebraico erano preoccupanti, non perché fossero false, ma perché rese pubbliche. Un importante giornalista ebreo ha scritto che, per quanto gratificanti possano essere le osservazioni “molto filosemite” di Biden, un riconoscimento così aperto dell’influenza ebraica è “camminare su un terreno molto scomodo”. Si è spinto troppo oltre, ha ammonito Jonathan Chait, soprattutto perché “molte persone” non sono affatto contente di come “gli ebrei abbiano usato la loro influenza sulla cultura popolare per cambiare l’atteggiamento della società nei confronti dell’omosessualità” (2).

Come menzionato da Biden, il ruolo degli ebrei nel plasmare gli atteggiamenti non è affatto un fenomeno recente. Fu notato, ad esempio, nel 1968 da Walter Kerr, un famoso autore, regista e critico teatrale vincitore del Premio Pulitzer. Scrivendo sul New York Times, ha osservato: “Quello che è successo dalla seconda guerra mondiale è che la sensibilità americana è diventata in parte ebrea, forse tanto ebraica più di qualsiasi altra cosa … La mente alfabetizzata americana è arrivata in una certa misura a pensare in modo ebraico. Le è stato insegnato ed era pronta. Dopo gli intrattenitori e i romanzieri vennero i critici ebrei, i politici, i teologi. Critici, politici e teologi sono di professione modellatori; formano modi di vedere(3).

“Non ha alcun senso cercare di negare la realtà del potere ebraico e della preminenza nella cultura popolare”, scrisse Michael Medved, noto autore e critico cinematografico ebreo, nel 1996. “Qualsiasi elenco dei dirigenti di produzione più influenti di ciascuno dei principali studi cinematografici”, ha detto, “produrrà una larga maggioranza di nomi riconoscibili ebraici” (4).

Joel Stein, editorialista del Los Angeles Times , scrisse nel 2008: “Come ebreo orgoglioso, voglio che l’America sappia dei nostri successi. Sì, controlliamo Hollywood … Non mi interessa se gli americani pensano che gestiamo i media, Hollywood, Wall Street o il governo. Mi interessa solo che possiamo continuare a gestirli(5).

Mentre Biden ha elogiato il ruolo ebraico nei mass media e nella cultura popolare definendolo “tutto bene”, alcuni eminenti americani non sono stati così contenti. Il presidente Richard Nixon e il reverendo Billy Graham, il più noto evangelista cristiano della nazione, hanno parlato insieme francamente della presa degli ebrei sui media durante un incontro privato alla Casa Bianca nel 1972. La loro conversazione individuale registrata segretamente non è stata resa pubblica fino a 30 anni dopo. Durante il loro discorso, Graham ha detto: “Questa stretta mortale deve essere spezzata o il paese andrà in malora”. Il presidente ha risposto dicendo: “Ci credi?” Graham ha risposto: “Sì, signore”. E Nixon disse: “Oh, ragazzo. Anch’io. Non posso mai dirlo [pubblicamente], ma ci credo” (6).

Negli Stati Uniti, come in ogni società moderna, coloro che controllano i principali mezzi di comunicazione, e in particolare i film e la televisione, guidano e modellano il modo in cui le persone, e specialmente le persone socialmente più sintonizzate e culturalmente alla moda, pensano alle questioni principali. I mass media, compreso l’intrattenimento popolare, fissano i limiti alla discussione “ammissibile” di questioni importanti, e quindi guidano la direzione generale della politica pubblica. I punti di vista e le idee che non piacciono a coloro che controllano i media sono diffamati come “estremisti”, “odiosi” e “offensivi” e sono rimossi dalla considerazione pubblica “accettabile”, mentre coloro che osano esprimere tali opinioni sono diffamati come bigotti o “seminatori di odio”.

Un’importante conseguenza della presa degli ebrei sui mass media statunitensi è un’inclinazione ampiamente pro-Israele nella presentazione di notizie, attualità e storia, un pregiudizio evidente a chiunque valuti attentamente la diffusione delle notizie su Israele e il conflitto israelo-palestinese nei media statunitensi con copertura in Europa, Asia o America Latina.

Un’altra espressione degna di nota del ruolo ebraico nei media è stata una costante rappresentazione degli ebrei come vittime, in particolare attraverso l’instancabile campagna di “ricordo dell’Olocausto” che incoraggia, e intende incoraggiare, un sostegno forte ed emotivo a Israele (7).

Con particolare attenzione alle preoccupazioni e alle paure ebraiche, i media americani evidenziano i pericoli reali e presunti per Israele e gli ebrei di tutto il mondo. Inoltre, gli avversari di Israele sono regolarmente descritti come nemici dell’America, incoraggiando così le guerre degli Stati Uniti contro paesi che Israele considera pericolosi (8).

Un’altra importante conseguenza della presa degli ebrei sui mass media e sulla vita culturale è stata, come suggerito da Biden, un’ampia promozione decennale della “diversità” e del “pluralismo” culturale-razziale. I leader ebraico-sionisti considerano la massima “tolleranza” e “diversità” negli Stati Uniti e in altre società non ebraiche come vantaggiosa per gli interessi della comunità ebraica. (9).

“La società pluralistica americana è al centro della sicurezza ebraica”, ha affermato Abraham Foxman, direttore nazionale dell’Anti-Defamation League, un’importante organizzazione ebraico-sionista. “A lungo termine”, ha proseguito, “ciò che ha reso la vita ebrea americana un’esperienza straordinariamente positiva nella storia della diaspora e che ci ha permesso di essere alleati così importanti per lo Stato di Israele, è la salute di un popolo pluralista, tollerante e inclusivo società americana” (10).

I film e la televisione americani, in collaborazione con influenti organizzazioni ebraico-sioniste, hanno cercato per molti anni di persuadere gli americani, specialmente i giovani americani, ad accogliere e abbracciare una “diversità” sociale, culturale e razziale sempre maggiore e a considerarsi semplicemente come individui. Mentre si sforzano di sminuire e abbattere l’identità e la coesione razziale, religiosa, etnica e culturale tra gli americani non ebrei, i media statunitensi promuovono un nazionalismo tribale (sionismo) per gli ebrei e difendono Israele come uno stato etnico-religioso decisamente ebraico.

Senza una comprensione del ruolo degli ebrei nei mass media americani e nella vita culturale degli Stati Uniti, le principali tendenze socio-politiche del secolo scorso sono tutt’altro che incomprensibili. Il franco riconoscimento da parte di Joe Biden di questo “immenso” peso è un gradito contributo a una maggiore consapevolezza di questa importante realtà della vita americana.

Note

1. Jennifer Epstein, “Biden: ‘Jewish heritage is American heritage’,” Politico , 21 maggio 2013. (https://www.politico.com/blogs/politico44/2013/05/biden-jewish-heritage-is -patrimonio-americano-164525 ); Daniel Halper, “Biden parla di ‘grande influenza’ degli ebrei: ‘l’influenza è immensa’”, The Weekly Standard , 22 maggio 2013.

2. Jonathan Chait, “Biden Praises Jews, Goes Too Far, Accidentally Thrills Anti-Semites”, rivista di New York , 22 maggio 2013. (http://nymag.com/daily/intelligencer/2013/05/biden-praises -jews-goes-troppo-lontano.html )

3. Walter Kerr, “Skin Deep is Not Enough”, The New York Times , 14 aprile 1968, pp. D1, D3. Citato in: Kevin MacDonald, The Culture of Critique (Praeger, 1998), p. 243. Vedi anche: Mark Weber, “A Straight Look at the Jewish Lobby” (http://ihr.org/leaflets/jewishlobby.shtml)

4. M. Medved, “Hollywood è troppo ebrea?” , Moment , vol. 21, n. 4 (1996), p. 37.

5. J. Stein, “How Jewish Is Hollywood?”, Los Angeles Times , 19 dicembre 2008.
( http://www.latimes.com/news/opinion/commentary/la-oe-stein19-2008dec19,0 ,4676183.colonna )

6. “Nixon, Billy Graham fanno commenti sprezzanti sugli ebrei sui nastri”, Chicago Tribune , 1 marzo 2002 (o 28 febbraio 2002) (http://www.fpp.co.uk/online/02/02/ Graham_Nixon.html);
“Billy Graham si scusa per ’72 Remarks”, Associated Press, Los Angeles Times , 2 marzo 2002. “Graham Regrets Jewish Slur”, BBC News, 2 marzo 2002.

7. M. Weber, “Rimembranza dell’Olocausto: cosa c’è dietro la campagna?”
( http://www.ihr.org/leaflets/holocaust_remembrance.shtml)

8. M. Weber, “Iraq: una guerra per Israele”. (http://www.ihr.org/leaflets/iraqwar.shtml);
M. Weber, “Dietro la campagna di guerra contro l’Iran” (http://www.ihr.org/other/behindwarcampaign)

9. Kevin MacDonald, La cultura della critica . Praeger, 1998 (edizione con copertina morbida, 2002). Vedi anche: Recensione di Stanley Hornbeck di The Culture of Critique nel numero di giugno 1999 di American Renaissance . (https://www.amren.com/news/2020/06/culture-of-critique-jews-kevin-macdonald/)

10. Lettera Foxman dell’11 novembre 2005. Pubblicata su The Jerusalem Post , 18 novembre 2005.


Questo articolo è stato scritto e pubblicato per la prima volta a luglio 2013. È stato aggiornato e leggermente modificato a maggio 2019 e aggiornato e rivisto di nuovo a febbraio 2021.

fonte: INSTITUTE FOR HISTORICAL REVIEW

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COMPAGNI DI MERENDE

Stando a quanto riportato da Conto Corrente Online, Fabio Fazio avrebbe percepito dalla Rai 2 milioni e 240mila euro all’anno per la conduzione dei suoi quattro Festival di Sanremo. L’indiscrezione è stata poi confermata anche dal conduttore nel 2017 al Corriere della Sera in un’intervista nella quale ha ammesso di aver incassato uno stipendio totale di 8 milioni e 960mila euro. Cifre da capogiro, che hanno incremento il patrimonio di Fazio e che rappresentano solo una parte del lavoro della sua lunga carriera in Rai.

Oltre a Sanremo, infatti, Fabio Fazio è il conduttore di Che tempo che fa, in onda dal 2003. Il talk show della domenica è prodotto da una società facente capo allo stesso Fazio, Officina, che negli ultimi anni avrebbe triplicato i propri introiti passando da 4 ad 11 milioni. A riferirlo è stato il segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi, che riportando le cifre aveva dato il via al cosiddetto caso Fazio con il conduttore finito al centro di molte polemiche.

Non è noto, invece, a quanto ammonti lo stipendio annuo di Fabio Fazio in Rai, anche se qualche indizio andando ad incrociare le informazioni può essere ravveduto. Nel 2013, ad esempio, durante la crisi di Alitalia l’esponente di Forza Italia Renato Brunetta, oggi ministro della Pubblica Amministrazione, sottolineò l’inopportunità dello stipendio del conduttore che sarebbe stato di 5 milioni di euro.

Quattro Sanremo, tanti anni di Che tempo che fa e un’attività imprenditoriale di successo contribuirebbero oggi a rendere Fabio Fazio uno dei personaggi più pagati della televisione italiana, con il suo patrimonio che ammonterebbe a diverse decine di milioni di euro.

da www.economymagazine.it del 27.03.22

Liliana Segre: 750mila euro di stipendio per votare solo la fiducia a Conte, quasi zero presenze in Senato.

La piddina di scorta guadagna oltre 250mila euro l’anno per fare nulla. Tranne correre in Senato a votare la fiducia che il governo non ha da parte degli italiani. Uno scempio della democrazia.

Per l’esattezza: 21.850 euro al mese o 276.639 euro all’anno. Ogni senatore a vita, infatti, prende l’indennità parlamentare fissa di 5.219 euro al mese, la diaria fissa di 129 euro e una diaria variabile di 3.370 euro. A questi si aggiungono: 4.180 euro per il rimborso spese per l‘esercizio del mandato e un rimborso spese forfettario di 1.650; poi, rimborso spese per ragioni di servizio di 108 euro, rimborso dotazione strumenti informatici 195 euro, assicurazione Rc 312 euro e polizza vita altri 221 euro.

Pensate che sia finita? No, perché ci sono altre voci di rimborso come treni, aerei, autostrade, taxi per un totale di 1.651 euro al mese. In più ogni senatore a vita ha di diritto un coadiutore parlamentare e assistente parlamentare per i quali vengono spesi rispettivamente 2.731 e 2.080 euro.

Delle cifre che “fanno girare la testa”, ma che non sempre corrispondono ad una reale attività. A dirlo il sito openopolis che verifica l’attività di coloro che lavorano in Parlamento. Liliana Segre, da quando è stata nominata da Mattarella, ha partecipato a quasi ZERO votazioni. Tranne voti di fiducia e pochi altri (https://parlamento18.openpolis.it/parlamentare/925255).

da voxnews.info del 18.01.21

Alle cifre di cui sopra va aggiunto il costo della scorta a vita assegnatale il 7 novembre 2019 dall’ex ministro dell’interno Luciana Lamorgese.

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