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L'unico movimento del e per il popolo italiano!

La Repubblica ha ragione: c’è un’emergenza razzismo.

Per La Repubblica Guerlin Butungu, capo degli stupratori di Rimini, è già diventato una povera vittima di razzismo.
Perché? Perché, non appena trapelate le sue generalità, il suo profilo Facebook è stato riempito di insulti.
Quindi, la redazione del rotocalco di Ezio Mauro è tutta intenta a stracciarsi le vesti e a rimbeccare i responsabili del grave gesto (degli insulti, eh, non dello stupro).
Sorvoliamo sul fatto che il profilo facebook di questo soggetto si prestasse particolarmente a scatenare la rabbia, viste le continue foto in abiti di prima qualità e l’espressione da sbruffone, cose che tutto possono rimandare meno che l’immagine di un povero disperato in fuga da una guerra (infatti, non era in fuga da nessuna guerra e in virtù di cosa si trovasse in Italia dal 2015 non è dato sapere).
Soffermiamoci invece su un dato difficilmente confutabile: ogniqualvolta accadano crimini efferati e venga alla luce il responsabile (o presunto tale) la gente fa puntualmente visita ai profili facebook di costoro e vi lascia una salva di insulti, auguri di morte spesso rivolti anche a figli e resto del parentado e così via.
Accade sempre, non è una novità e non credo che gli scribacchini de La Repubblica lo ignorino.
Non solo: La Repubblica è una testata giornalistica che oltre a NON aver mai (prima d’oggi) speso mezza parola su questa “usanza”, l’ha spesso indirettamente incentivata, in quanto non può certo dirsi che si tratti di un giornale di taglio garantista.
La Repubblica è quella tipica carta straccia che, ad ogni caso di cronaca, propina a tambur battente veline delle Procure senza dare ai difensori diritto di replica, creando un clima malsano per la giustizia (che, come tutti sappiamo, subisce pesantemente l’influenza mediatica, che va a pesare sull’animus del giudicante, ecc.).
Ci voleva evidentemente lo stupratore immigrato per far riscoprire a questi signori il senso del garantismo nei casi in cui a rigore neanche sarebbe dovuto.
Di fronte ad indagati ed imputati italiani che magari si protestano innocenti in ogni modo possibile e immaginabile, gli stessi scribacchini altro non fanno che metterli alla gogna.
Quindi, La Repubblica ha ragione: esiste un grave problema di razzismo.
Il razzismo contro gli Italiani che i suoi scribacchini stanno diffondendo a macchia d’olio.
A costo di diventare improvvisamente garantisti per difendere uno stupratore, purché africano.
Complimenti per la faccia di bronzo (“bronzo” per usare un termine gentile)!

Alessandra Pilloni ,segretario provinciale MFL-PSN Oristano

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Un consiglio alla sinistra: usare il cervello, all’inizio, è difficile, ma poi non fa male

 

A pensarci bene, non sarebbe stato nemmeno così difficile da prevedere: in un’Italia che pensa solo ed esclusivamente agli immigrati e ai clandestini – con tanto di Governo che invita, con apposita circolare ministeriale, i prefetti a trovare soluzioni alternative per i migranti prima di sgomberarli dagli alloggi e dagli stabili che occupano abusivamente (se ci avessero pensato almeno una sola volta per gli italiani forse non saremmo arrivati a questo punto) – legittimare la violenza sessuale sarebbe stato il passo successivo.

È la vecchia, abusatissima tattica della sinistra: le notizie scomode, come le violenze degli immigrati (l’ultima, in ordine di tempo, è quella di quattro subanimali che a Rimini hanno selvaggiamente picchiato lui e violentato a turno, per ore e ore, lei) non si danno per principio. Il popolino è considerato alla stregua di una manica di imbecilli, e le notizie scomode chissà come potrebbe mai gestirle! Non sia mai che si dia fiato ai pericolosi fascisti, razzisti e xenofobi (in queste definizioni sono inclusi tutti coloro che a vario titolo si dichiarano contrari all’immigrazione selvaggia e forzata che subisce da anni la Nostra Nazione). Se proprio le notizie vengono date bisogna far finta di niente: la Boldrini, che si indigna per la pubblicità di una mamma che serve la colazione ai figli ed al marito, tace; Mattarella rimane nel suo loculo; Saviano, che un giorno si e l’altro pure straparla contro Salvini che semina odio e il suo gregge di canaglie razziste (si, li ha definiti così) non ha nessun tweet o nessun post su Facebook da pubblicare. Se proprio non si può far finta di niente l’ultima risorsa tattica è tentare la strada della legittimazione (difficile solo in apparenza, molto più facile e comoda quando hai tutti i media italiani e buona parte della Magistratura dalla tua parte): è colpa della società che non li ha integrati, ma anche gli italiani delinquono, non generalizziamo, la stragrande maggioranza degli immigrati viene qui per trovare un lavoro ed integrarsi, e via dicendo…

Alla legittimazione dello stupro, però, non ci eravamo ancora arrivati. Ci ha pensato Abid Jee, mediatore culturale di Rimini di origini pachistane che studia Giurisprudenza (il fatto che uno studente di Legge parli in questo modo dovrebbe far riflettere sul livello dell’istruzione in Italia), e che ha pensato bene, in relazione al brutale stupro e pestaggio di quattro nordafricani ai danni di una coppia polacca, di scrivere sul suo profilo Facebook: “Lo stupro è un atto peggio ma solo all’inizio, una volta si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale”

A causa degli insulti che sono piovuti addosso a questo geniaccio – e solo successivamente a ciò – la cooperativa per la quale lavorava lo ha sospeso. Sospeso, si badi bene, e non licenziato. Possiamo solo immaginarci cosa sarebbe accaduto se a dire una frase simile fosse stato un militante di destra: non solo sarebbe stato licenziato e gli sarebbe stato interdetto anche il lavare la scale con la lingua, ,ma come minimo Boldrini e la Kyenge sarebbero scesi in strada per protestare, i centri sociali avrebbero messo a ferro e fuoco mezzo continente, Repubblica e Il Fatto Quotidiano ci avrebbero sparato dei pistolotti devastanti sul pericolosissimo neofascismo misogino che ritorna e che ovviamente bisogna arginare con leggi sempre più repressive.

Insomma: stuprare una donna non è poi così grave. Magari si incazza un po’ all’inizio, protesta, ma poi, alla fine, le piace pure. Ora, si tengano forte i benpensanti, i salottieri della sinistra, i militanti dei cessi sociali, Saviano, Mattarella e Boldrini: in paesi come Pakistan, ma più in generale l’Asia, o in Africa, è esattamente questo il modo di pensare. Di più: la donna è semplicemente un oggetto, completamente sottomessa al volere dell’uomo, che la prende e la lascia quando più ne ha voglia.

L’errore, prima di tutto, è nostro. Nostra è l’arroganza di pensare che basti dare un pezzo di carta ad uno straniero – pomposamente chiamato “cittadinanza” – per pensare che in un attimo solo culture, tradizioni, convinzioni e credenze di genti straniere possano scomparire dalle loro menti e dalle loro anime in un attimo, pronte ad integrarsi nel nostro mondo. Ora questa gente si stupisce se un pachistano fa il pachistano.

Ai sinistri che si stupiscono diamo un consiglio: usare il cervello, almeno all’inizio, può essere difficile, ma poi non fa male.

 

 

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Piazza Indipendenza: quando lo Stato si arrende e patteggia con i criminali

È sempre la solita storia che, purtroppo, in questo Paese si ripete ciclicamente: ogni qualvolta lo Stato provi a ripristinare un minimo di parvenza di legalità, immediato e compatto si mobilita l’esercito della sinistra, delle ONG, dei centri sociali, dei difensori dei diritti umani, tutti schierati insieme e appassionatamente per difendere l’indifendibile. Se poi si tratta di immigrati il fuoco di copertura è implacabile.

Riguardo allo stabile di Piazza Indipendenza occupato da diversi anni da un centinaio da diverse centinaia di clandestini africani, basta semplicemente lasciare la parola agli italiani che lì ci vivono e ci abitano per testimoniare cosa fosse diventata quella zona: spaccio, prostituzione, sporcizia e degrado erano le fantastiche meraviglie che i clandestini hanno portato dai loro Paesi e che gli abitanti di quel rione hanno potuto sperimentare sulla loro pelle.

La differenza tra come vengono sgomberati gli italiani e come vengono sgomberati gli immigrati – e più in generale il trattamento assai favorevole, quando non addirittura complice, che le stesse istituzioni dello Stato hanno quando hanno a che fare con gli immigrati – è ormai sotto gli occhi di tutti. A Roma, in special modo, solo qualche mese fa una famiglia, con anziana disabile, era stata buttata fuori di casa con tanto di Polizia Municipale che lanciava i giocattoli dei bambini direttamente dalla finestra del primo piano. Furono i militanti di CasaPound, che si opposero senza violenza a quello sgombero, a documentare il tutto. Ebbene, non ci risulta che nessuno, né per questa famiglia né per le altre migliaia di famiglie di italiani che sono state sgomberate, si sia mai dato tanto da fare per trovare un nuovo alloggio agli sfrattati come si sta facendo adesso per i migranti.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è uscito dal sarcofago per affermare che non si possono sgomberare i clandestini se prima non si sono trovate delle valide alternative alla soluzione abitativa. Addirittura il Ministero dell’Interno starebbe emanando una circolare in cui si invitano i prefetti delle varie città d’Italia, prima di autorizzare gli sgomberi, a provare altre strade: questa è la definitiva resa dello Stato all’illegalità e alla delinquenza, e il tutto viene aggravatato dal fatto che abbiamo a che fare non con italiani, bensì con genti straniere che non hanno alcun diritto di stare qui e che spesso e volentieri pretendono con arroganza diritti che le loro civiltà, involute di decenni rispetto alla nostra, non sono state capaci di dar loro. 

Come se non bastasse il funzionario di Polizia che ha guidato l’azione viene messo sulla graticola per una frase infelice, ampiamente presa fuori dal proprio contesto, che era quello di una situazione in cui non più di una ventina di poliziotti si sono trovati a fronteggiare centinaia di africani infuriati che lanciavano sanpietrini, bottiglie, pietre, suppellettili, e finanche bombole del gas.

Il poliziotto che ha detto “Se serve spaccategli un braccio” durante uno sgombero di clandestini a Roma è stato sospeso dal servizio: basta una frase sbagliata detta contro i clandestini, anche se si sta cercando di sgomberarli e loro rispondono con sassi e bombole del gas, e sei crocifisso in sala mensa. Ciò non vale ovviamente quando si sgomberano gli italiani, con tanto di Polizia Municipale che getta i giochi dei bambini dalla finestra, come accadde a Centocelle.

Con questa complicità palese, esplicita e addirittura sfacciata all’invasione di clandestini e alla vera e propria pulizia etnica dolce che sta subendo da anni il nostro popolo, viene meno il contratto sociale implicitamente stipulato tra gli italiani e le istituzioni preposte al governo della Nazione. Questo Stato, ormai, è nemico dei suoi stessi cittadini, apertamente favorevole agli invasori e pronto ad usare con loro il guanto di velluto, sempre e comunque, nella stessa misura in cui invece utilizza il pugno di ferro con i propri cittadini.

Tutto questo avrà conseguenze devastanti, nel bene o nel male.

 

 

 

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Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Se qualche giorno fa, nel contestare una certa attitudine alla mistificazione della realtà abbondantemente mostrata, specie negli ultimi tempi, dal giornalismo italiano, riprendevo con ironia il titolo di un celebre film, oggi, di contro, mi trovo a riflettere -per quanto amaramente- sulle atmosfere fiabesche evocate da Lewis Carroll ne “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”.
Vi chiederete il perché di questa ardita citazione, e spiegarlo è davvero semplice.
Si usa dire che Alice nel paese delle meraviglie sia un capolavoro del nonsense e nulla è più calzante del concetto di nonsense per riassumere i toni di quanto mi pare di poter tranquillamente inferire da alcune recenti esternazioni di Enrico Mentana.

Certo, immagino non debba essere semplice trovarsi al suo posto, di questi tempi: vedere sciogliersi ogni giorno di più, come neve sotto il sole d’agosto, le sue ostentate certezze sulla bontà e la trasparenza dell’operato delle ONG, deve essere stato davvero un duro colpo.
Vedere un numero sempre maggiore di persone ed ONG indagate per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, laddove il solito Mentana era notoriamente in prima linea, fino al giorno prima, nel conferire patente d’ignoranza e complottismo a chiunque osasse sollevare dubbi sull’operato delle medesime, deve (o almeno dovrebbe) evidentemente indurre a qualche seria riflessione.

Ma il “nostro” Mentana sembra aver preferito glissare su tali (opportune) riflessioni, finendo per rimandare l’immagine di un giornalismo improntato alla faciloneria nonché ad una estrema fiducia in una presunta “memoria corta” dei lettori, con un intuibile risultato tragicomico, al pari di numeri da circo ove il buffo funambulo passeggia senza rete a dieci metri dal suolo ma, cadendo da sprovveduto quale è, non paga la sua imprudenza sulla propria pelle, bensì resta illeso perché a parargli il colpo c’è il povero fesso di turno, rappresentato purtroppo, in questo caso, dal popolo italiano tutto.
Peccato: in un’Italietta in cui nessuno sembra mai voler ammettere i propri errori, il fatto che un giornalista con un certo seguito facesse doverosamente pubblica ammenda (se non altro per il fatto di avere, per mesi, risposto in termini spesso offensivi ed inopportuni a chiunque non concordasse con lui) sarebbe stato,forse, un esempio per tanti.
Tuttavia, prendiamo altrettanto doverosamente atto del fatto che, a quanto si deve a questo punto constatare, la tendenza non sia questa e che dopo aver preso qualche clamoroso granchio, la cosa migliore per far dimenticare a tutti al più presto la figura barbina rimediata, sia semplicemente cambiare argomento.

E tra gli argomenti con i quali gettare fumo sugli occhi agli astanti nella maniera più rapida ed efficace possibile, indovinate un po’ quali figurano?
La risposta ad una simile domanda è ormai diventata talmente ovvia da poter essere taciuta: ed infatti tacerei, se non fosse per il fatto che, nel passare dalla difesa a spada tratta delle ONG alla ormai trita e ritrita manfrina pseudostorica sul nazifascismo (citato per giunta, come vedremo, in contesti del tutto inopportuni) al buon Enrico pare siano sfuggiti una serie di elementi dei quali io ritengo, invece, che i lettori debbano essere messi a conoscenza.
Se nel celebre romanzo di Carroll il Gatto poteva affermare, rivolto ad Alice, che “se cammini abbastanza, da qualche parte arriverai di sicuro”, io devo prendere atto di non essere del tutto in grado di comprendere dove Enrico Mentana voglia, esattamente, arrivare.

Non bastava una sua esternazione risalente all’ultima decade di Luglio nella quale aveva il cattivo gusto di accostare il revisionismo del “mai avvenuto olocausto”, per citare la chiara e concisa espressione utilizzata dal mio Segretario Nazionale Carlo Gariglio, alla negazione dello sbarco sulla luna e similari, non bastava evidentemente mettere fenomeni ed opinioni del tutto differenti in un medesimo calderone (liquidato genericamente come “cospirazionismo”, secondo quello che è evidentemente l’unico modulo argomentativo usato dal Mentana), perché c’è dell’altro.
Prima di passare all’altro, tuttavia, vorrei limitarmi a far presente al Sig. Mentana che il revisionismo storico non è “cospirazionismo” e non può essere liquidato come tale.
Non lo fanno gli storici sterminazionisti, i quali piuttosto da decenni si affannano a rigirare le carte in tavola per tenersi al passo con i ricercatori revisionisti, che spesso vengono altresì citati in opere di storici non revisionisti.

Tuttavia, se egli ritiene di poter fare una affermazione tanto perentoria e categorica, conferendo di fatto ed in maniera neanche troppo celata, come suo solito, patente di ignoranza, creduloneria e stupidità a chiunque la pensi diversamente da lui, vorrei invitarlo ad un pubblico dibattito sull’argomento: d’altro canto, posto che nessuno di noi due è uno storico, certamente si partirebbe ad armi pari, sulla base delle rispettive letture, o almeno vorrei augurarmelo.
Meglio, vorrei augurarglielo: perché se ho trovato di cattivo gusto il suo accostamento, troverei vieppiù di pessimo gusto l’eventualità che il caro Mentana, prima di provvedere ad una affermazione tanto apodittica, non avesse mai letto, a differenza della scrivente, un singolo testo revisionista, circostanza sulla quale, se non posso sciorinare alcuna certezza, mi sia perlomeno concesso di esprimere forti sospetti.
Bene, giacché io ritengo che prima di avere l’ardire di contestare qualcosa, per giunta in termini tanto categorici, la si debba quantomeno conoscere, mi aspetterei infatti, in un mondo ideale, che il signor Mentana conoscesse a menadito tutte le pubblicazioni revisionist
e: certa che la mia aspettativa sarà smentita, se non altro per una questione di cortesia, rinnovo comunque il mio invito di cui sopra.

Ma vi è un’altra e più recente perla di Mentana sulla quale mi pare valga la pena soffermarsi.
Dal momento che non vorrei aver frainteso nulla, mi permetto di riportare paro paro la sua affermazione, affinché i lettori possano da sé provvedere a verificare se ne danno la mia stessa interpretazione.

Ieri, nello stesso giorno in cui il TG5 dedicava la sua “copertina” alla bislacca teoria secondo la quale sarebbe la calura estiva a spingere al “neofascismo” (giuro: non sto inventando nulla, se non altro perché mai e poi mai potrei vantare una simile fantasia), esattamente alle ore 8:11, il Mentana, dal suo profilo Facebook, ci deliziava con la seguente esternazione:

“Se il capo della più grande democrazia occidentale mette sullo stesso piano razzisti e antirazzisti siamo ufficialmente entrati in un tempo buio. Se nel paese che ha determinato la sconfitta di Hitler agitare una bandiera nazista è un atto identitario accettabile per i sostenitori del presidente, vuol dire che i nostri valori sono per la prima volta a rischio.”
Il riferimento è rivolto, ovviamente, ai recenti fatti che si stanno svolgendo negli USA.
Ora, non vorrei infierire oltre il necessario facendo sommessamente notare che, si apprende già sui sussidiari di quinta elementare, ben più determinante degli USA sulle sorti della Seconda Guerra Mondiale fu con ogni probabilità la battaglia di Stalingrado (e, più genericamente, il fronte orientale, ove si registrò il maggior numero di perdite per la Wehrmacht), anche se alla “più grande democrazia occidentale” va certamente riconosciuto l’infelice status di unica nazione al mondo ad aver sganciato un’atomica su civili inermi, mi chiedo se il novello paladino della memoria a targhe alterne che s’indigna e s’agita alla vista di una bandiera nazionalsocialista, sia a conoscenza di alcuni semplici dati di fatto.
Non è questa, o perlomeno non oggi, la sede per entrare nel merito dei recenti fatti statunitensi, in quanto ne verrebbe fuori un articolo troppo lungo, ma non posso comunque non chiedermi se Mentana abbia visto alcune delle foto degli alfieri, a suo modo di vedere probabilmente, dell’antirazzismo che manifestavano “pacificamente” (con tanto di spranghe e volto coperto) contro chi si opponeva alla rimozione della statua del generale Lee.

Viste in quest’ottica, francamente, mi pare che le parole di Trump (sul quale ho sempre avuto un’opinione negativa, peggiorata e rinsaldatasi dopo il pretestuoso attacco alla Siria), tese -immagino- a condannare la violenza ex se, da chiunque promanante, siano improntate a nulla più che ad un elementare buon senso- quello che spesso manca al giornalismo italiano.
I “tempi bui”, i “valori a rischio” e gli altri spauracchi impudentemente agitati da Mentana, di per sé, non meriterebbero neanche un commento, tanto paiono intrisi di retorica di infima lega e luoghi comuni.

Ma qualcosa deve essergli invece necessariamente comunicata: Mentana, con la sua affermazione, sembra mostrare la convinzione, peraltro comune a molti, che gli USA abbiano combattuto la Seconda Guerra Mondiale in chiave antirazzista (perché proprio questo a me sembra di inferire, tra le tante castronerie, da quanto scrive).
Gli USA, benemeriti portatori di “democrazia” a buon mercato, avrebbero combattuto nientepopodimeno che contro il razzismo del Terzo Reich!
In realtà, per comprendere come ben altri siano stati i motori della Seconda Guerra Mondiale basterebbe leggere qualche libro, ad esempio “L’ordinamento economico nazionalsocialista” di René Dubail ma, perché no, se letto cum grano salis potrebbe rivelarsi molto utile anche “La colpa fu tutta tedesca? Storia delle responsabilità americane nello scoppio della seconda guerra mondiale”, di Charles Austin Beard, uno dei più noti storici statunitensi del secolo scorso.
Oggi, giorno in cui ricorre il trentesimo anniversario della morte, o meglio, per chi preferisce utilizzare i termini più aderenti alla realtà dei fatti, dell’omicidio di Rudolf Hess, sarebbe tra l’altro un’occasione particolarmente propizia per cominciare ad interrogarsi.

Ma al di là delle cause della Seconda Guerra Mondiale mi sono chiesta se, nel parlare degli USA, della “più grande democrazia occidentale”, Mentana avesse davvero in mente gli stessi USA che conosco io, cioè quelli che hanno avuto leggi razziali (davvero tali, senza deroghe di sorta, a differenza di quelle italiane e tedesche, ma questo è già stato spiegato compiutamente da Carlo Gariglio in un suo articolo, al quale rimando: http://lavvocatodeldiavolo.biz/?p=47) fino agli ’70 o quasi.
Infatti, forse Mentana non ne è a conoscenza, ma è certamente del 1967 una pronuncia della Corte Suprema che dichiarò incostituzionale una legge della Virginia nota come “Racial Integrity Act” (risalente al 1924 e dichiarata incostituzionale, appunto, nel 1967).
Parimenti, sono stati gli USA, “la più grande democrazia occidentale”, ad aver notoriamente attuato fino alla metà degli anni ’80 una politica conciliante nei confronti dell’Apartheid in Sudafrica (anche quello non prevedeva nessun tipo di deroga).
E, volendo restare sulla falsariga del titolo “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, si potrebbe anche provare a spiegare al signor Enrico Mentana quale fosse la configurazione politica del Sudafrica, Stato certamente amico degli USA, fino al 1993: anche senza scomodare l’Apartheid, era previsto un Parlamento tricamerale configurato su basi meramente razziali.
La prima delle tre Camere era riservata ai bianchi, ed aveva i poteri più estesi, tra i quali l’elezione del Presidente della Repubblica, le altre due, con poteri decisamente inferiori, erano assegnate rispettivamente ad asiatici e meticci.
Nessuna rappresentanza politica era invece riservata all’etnia bantù, la quale pure, nelle aree urbanizzate, era la più numericamente consistente.
Dunque, se Mentana ritiene che gli USA o i suoi amici possano e/o debbano impartire lezioni di antirazzismo a chicchessia, temo sia proprio fuori strada.
Forse, il signor Mentana, farebbe meglio ad impiegare un po’ del molto tempo che passa su Facebook a “blastare” (termine che, nella neolingua 2.0, dovrebbe significare qualcosa come “sbeffeggiare pubblicamente”) i poveri “Webeti” (altro termine in neolingua, stavolta coniato dallo stesso Mentana: non credo necessiti di spiegazioni) rei di non pensarla come lui, su qualche libro di Storia.
Anche revisionista, magari, così potrà certamente accettare il mio caloroso invito al dibattito.

Prima di congedarmi, mi preme tuttavia un’altra precisazione: al di là di ciò che si possa pensare in merito ai fatti di Charlottesville ed ancor più ai fatti all’origine del “casus belli” (personalmente, vorrei solo dire che l’abbattimento di statue e la sistematica cancellazione della Storia mi ricorda nulla più e nulla meno che alcune gesta dell’Isis), i “suprematisti bianchi” statunitensi, perlomeno nel loro nucleo centrale, sono antifascisti e antinazisti.
Penso che, d’altronde, la cosa sia ben chiara anche a livello meramente estetico dal cappuccio bianco (massonico) del Ku Klux Klan.

Davvero è concepibile che un opinionista che ha il potere di incidere in maniera forte sulla formazione della cosiddetta “opinione pubblica” non sia a conoscenza dei semplici fatti qui riportati (i quali, comunque, sarebbero facilmente appurabili da chiunque)?
A questo punto, più che nel mondo creato da Carroll, mi pare infatti di trovarmi in una nota fiaba di Andersen, “I vestiti nuovi dell’imperatore”: fiaba nella quale il sovrano, ingannato da due astuti truffatori che fingono di tessere abiti splendidi visibili soltanto ai più intelligenti, si ritrova a sfilare nudo per le vie delle città, senza che i più abbiano il coraggio di affermare l’ovvio.
Alla fine, solo un bimbo non riesce a trattenere una divertita esclamazione: “Il Re è nudo!”
Ma, pur di fronte alla voce della verità, anche a quel punto l’imperatore preferisce continuare tronfio la sua parata in mutande…

 

 

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Offese e minacce su Facebook: la Boldrini ha ragione, proprio perché non siamo come lei

A causa di ciò che sto per scrivere, probabilmente, anche qualcuno di voi penserà che io mi sia imborghesito; probabilmente anche io sono vittima della presunta mistificazione dei fatti che Laura Boldrini, con la collaborazione di Beppe Severgnini, che ha raccolto sommessamente il piagnucolio della nostra presidenta della Camera, ha attuato dalle pagine del Corriere della Sera. Se cambierò idea, comunque, ve lo farò sapere.

Di cosa sto parlando? È presto detto. Laura Boldrini ha affermato che da ora in poi procederà a querelare coloro che, sulla sua pagina Facebook e non solo, la offenderanno gravemente e violentemente. Ho letto i commenti incriminati e mi sono convinto che no, augurare ad una donna la morte per sfondamento anale o lo stupro di gruppo ad opera di una banda di nigeriani infoibati non è una legittima critica politica. Di critiche politiche, in questo senso, non se ne vedono affatto.

Certamente, il personaggio riesce a tirare fuori il marcio che c’è in noi, ne prendo atto. Con l’aria da maestrina da Libro Cuore, la faccina sempre compunta in una smorfia di accidiosa tristezza (tranne che al passaggio della Folgore nella parata del 2 giugno: in quel caso la smorfia è di schifo malcelato), la Boldrini si è caratterizzata, agli occhi di una buona parte degli italiani, per battaglie imbecilli nel migliore dei casi, e per uno spocchioso atteggiamento anti-italiano (la sua costante, perversa e tenace opera in sostegno della “pulizia etnica dolce” che è in atto nel Nostro Paese con l’arrivo di massa dei fancazzisti sub sahariani che le piacciono così tanto).

Quasi imbucata dalla politica (il suo partito di riferimento, Sinistra Ecologia e Libertà, nelle ultime elezioni nazionali che ci sono state – parliamo quindi di qualche annetto fa, ha preso il 2% e nonostante tutto ce la ritroviamo a rappresentare la terza carica dello Stato), la ricordiamo per i suoi strali contro le pubblicità televisive in cui la mamma porta la colazione al marito e ai figli; per la sua battaglia contro la lingua italiana (fin dal suo insediamento ha voluto essere chiamata “Presidenta”, causando diverse sincopi e svenimenti all’Accademia della Crusca); le menate sul femminicidio in base ad una visione femminista che relega l’uomo sempre ed esclusivamente al rango di assassino, e la donna sempre e comunque nel ruolo di vittima; il suo tentativo di imbavagliare Facebook scrivendo a Zuckerberg di mettere a tacere le pagine fasciste o che in qualche modo si richiamavano al Fascismo; la sua lotta contro le fake news (un esempio di fake news? La sola di Repubblica relativamente al mai avvenuto salvataggio in mare della nave di Generazione Identitaria ad opera di una ONG, mai accaduto) che altro non erano se non un tentativo di catalizzare l’informazione, indirizzare e controllarla; la battaglia contro i simboli del Fascismo, primo fra tutti l’obelisco di Roma con la scritta “Dvx”, che l’hanno trasformata in una pericolosa imitatrice di quell’Isis che abbatteva le statue cristiane di Palmira; l’anti-militarismo sfacciato (la sua faccia al passaggio della Folgore è tutto un programma); la famosa frase in cui “i migranti sono portatori di uno stile di vita che presto sarà di tutti noi” (ci metteremo pure noi italiani, tra qualche anno, ad infibulare le nostre bambine o, al meglio, a cacare nelle piazze?); e, infine, quello per cui si è guadagnata l’ira di più: quel suo sostegno incondizionato, tenace, perverso e costante all’invasione migratoria che l’Italia subisce ogni giorno, ammantando la figura dell’immigrato di una componente quasi cristologica, messianica, redentrice, che ha fatto pensare ai più, me compreso, che in effetti la Presidenta non stesse tanto bene di testa.

Si, certamente la Boldrini ha fatto ben poco per accattivarsi la simpatia degli italiani. Inoltre, se gli dai pure degli ignoranti perché, in un sondaggio della Camera (quindi voluto e diretto dalla Boldrini stessa), il 65% di loro giudica gli immigrati non come una risorsa ma come un peso che andrebbe rispedito al mittente, ci metti pure del tuo per far girare le scatole al prossimo. Tutto vero, tutto giusto.

La domanda, però, è questa: quale vantaggio abbiamo noi, che le idee della Boldrini e della sinistra radical shit le avversiamo profondamente (e che le abbiamo procurato pure un brutto mal di pancia quando ha saputo che a Mura, vicino Brescia, quattro di Fascismo e Libertà sono divenuti consiglieri comunali) nell’insultarla gratuitamente e violentemente, senza alcuno spirito propositivo e costruttivo?Le idee degli avversari non vanno solo combattute, ma anche confutate con altre idee. L’insulto gratuito mette una persona sempre e comunque dalla parte del torto, e noi specialmente.

“La Boldrini, però, tutte queste cose se le merita perché è antipatica, una imbucata della politica, una maestrina da Libro Cuore e una coccolanegri”: questa è la sintesi che leggo su molte bacheche di Facebook. Attenzione: questo modo di pensare è un’arma a doppio taglio. Perché se la Boldrini si merita che le si auguri lo stupro di gruppo allora noi Fascisti ci meritiamo da questo Stato di tutto e di più, come quando Fascismo e Libertà Sardegna perse una causa contro dei simpatici ragazzotti di Elmas che avevano pensato bene di vandalizzare materiale propagandistico regolarmente pagato e affisso e di vantarsene su Facebook: il giudice sentenziò che il nome del Movimento, “Fascismo e Libertà”, era un nome “provocatorio”, e pertanto la reazione dei cittadini, che si erano trovati davanti a quel nome e a quei simboli, era stata legittima. Tradotto: siete Fascisti, quindi contro di voi la legge non vale. A suo tempo ci eravamo indignati e la cosa, ovviamente, non ci aveva fatto per nulla piacere: in uno Stato di diritto, pensammo, le regole dovrebbero valere per tutti, anche per un Movimento che, per quanto provocatorio possa essere, è legalmente riconosciuto e svolge la propria attività politica nel rispetto delle regole che seguono tutti gli altri movimenti e partiti. Perché ciò dovrebbe valere per noi, e non per gli altri?

Non invochiamo censure e bavagli per gli avversari politici (cosa che la Boldrini ha fatto spesso e volentieri), non desideriamo metterli a tacere con le maniere forti, perché ci riteniamo perfettamente in grado di vincerli con la forza delle nostre idee, e rivendichiamo il diritto di chiunque senza essere insultato o minacciato fisicamente. Questo vale anche per Laura Boldrini. Proprio perché noi non siamo come lei.

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