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Professore, esca dal ghetto! Ossia: Tolkien era davvero «di destra»?

Si dice che chi non sa fare parla e noi potremmo aggiungere che chi non è in grado di capire – una persona, un fenomeno, una situazione – semplifica, riduce a stereotipi, etichetta.
Potremmo anche dire che chi non capisce, ed è armato della giusta dose di malafede, mistifica per delegittimare o comunque ghettizzare qualcosa che intuisce essergli sgradito. È quanto è accaduto a J. R. R. Tolkien, grande scrittore britannico autore dell’ormai immortale Signore degli Anelli, ma anche di altre opere ugualmente splendide, quando di fantasia, e altrettanto importanti, quando legate alla produzione saggistica del professore.
Con la notevole differenza – o aggravante – che le etichette sono fioccate anche “in positivo”, ossia in quel tentativo, tipico di una certa area politica a caccia di riferimenti culturali, di procacciarsi pilastri narrativi e legittimazioni artistiche con tanto di bollino di approvazione. Un procedimento che non si discosta molto da quello operato – In Italia – dalla sinistra.
Sì: Tolkien è stato spesso (ed è tuttora) acclamato da chi si definisce «di destra» come uno scrittore «di destra», laddove dall’altra parte della presunta barricata istituzionale nessuno si è scomodato a reclamare il professore inglese. Ma questo equivoco interpretativo, che sarebbe meglio definire semplificazione ideologica, è stato ed è un grave errore, se ragioniamo in prospettiva e a lungo termine. Un errore annacquato – quasi provvidenzialmente – dal fatto che, dal 1989 in poi, la politica fa sempre meno presa sulle masse, soprattutto giovanili.
Pertanto, anche se Tolkien fosse «di destra», questo non sarebbe un ostacolo per il giovane incuriosito. Resterebbe tuttavia in lui la convinzione di essere di fronte a un autore destrorso, in forza di una “tradizione” interpretativa ormai consolidata. Bisogna, in ogni caso, fare alcune brevi considerazioni di sottofondo. La prima è che, del tutto banalmente, Tolkien si è trovato a vivere in un contesto che lo ha influenzato in modo determinante; basti pensare alla conversione alla religione cattolica della madre – vera e propria icona che ritroveremo trasfigurata in personaggi come Galadriel – o all’esperienza militare che lo vide volontario come sottotenente dei fucilieri durante la Prima guerra mondiale.
È evidente, di conseguenza, che il retaggio del professore era tale per cui era inevitabile un conflitto aperto e irrisolvibile con certe linee di pensiero genericamente progressiste (Tolkien era un cultore delle varie tradizioni linguistiche medievali che trovano il loro sbocco in quel corpo di leggende e miti europei che furono a lungo studiati dal nostro). Uno dei motivi per cui la sinistra difficilmente poteva azzardarsi a includere Tolkien nel proprio pantheon.
Ma qui sta l’inghippo! Se da un lato l’equivoco di Tolkien autore «di destra» è stato in qualche modo alimentato dalla vicinanza dello scrittore a certi temi e a certe posizioni religiose e intellettuali, cosa che ne ha favorito «l’inclusione per esclusione», dall’altra Tolkien non ha mai fatto politica né intendeva lanciare messaggi politici “mediati” dalle opere di fantasia che andava delineando! Se così fosse stato, infatti, chi scrive crede che il suo modo letterario di procedere sarebbe stato sicuramente più lineare – invece sappiamo che Il Silmarillion, base concettuale de Lo Hobbit e del Signore, ebbe una gestazione di circa 60 anni e che fu pubblicato postumo dal figlio Cristopher, suo esecutore letterario.
Aggiungiamo anche l’insofferenza per l’allegoria (politica e non) di Tolkien e il tutto appare più chiaro: «Detesto l’Allegoria – l’allegoria cosciente e intenzionale (…)», scriveva il professore a Milton Waldman, nel 1951.
Un altro elemento ancora che induce a credere che Tolkien non volesse legittimare una visione delle sue opere come un prodotto politico è la sua equidistanza, da cittadino britannico conservatore, dalle posizioni politiche di Hitler – definito, nelle sue lettere personali, come un «piccolo ignorante, ispirato da un diavolo pazzo» – e di Stalin, che è «quel vecchio assassino assetato di sangue». Interessante, a riconferma della apoliticità letteraria tolkieniana, il fatto che le sue opere abbiano mandato in tilt diversi critici, che hanno visto nei suoi personaggi e nel suo mondo tutto e il contrario di tutto. Da chi intravedeva nel personaggio negativo di Saruman il Bianco, il potente capo dell’ordine degli stregoni, un dittatore fascista che convince con la sua grande oratoria (Robert Plank, The Scouring of the Shire: Tolkien’s View of Fascism, 1975) – tuttavia sappiamo che il professore sostenne, nel 1944, la fazione di Francisco Franco! – a chi, invece, associava Mordor, il territorio estremo-orientale della Terra di Mezzo, all’Unione Sovietica. Quasi certamente, nessuna delle due ipotesi è corretta.
E poi ancora: nel Signore degli Anelli, gli uomini del Sud, dalla pelle scura, sono genericamente intesi come rozzi, violenti e malvagi, il che ha fatto pensare che Tolkien si attestasse su posizioni anche solo implicitamente razziste – e l’appropriazione (un’altra) da parte del British National Party avrebbe potuto avvalorare la tesi. Nondimeno sappiamo che l’autore espresse tutto il proprio orrore nei confronti dell’apartheid sudafricano (Tolkien, britannico fino al midollo, era comunque nato a Bloemfontein, in Sudafrica).
Abbastanza per sfatare il mito del Tolkien destrorso? Come al solito, piuttosto che forzare la mano in un gioco che rischia di danneggiare autore e opere, sarebbe meglio apprezzare un prodotto letterario per quello che è e per gli spunti di riflessione – traducibili anche in comportamenti nel quotidiano – che esso offre, senza che si presuma l’esistenza di un “messaggio sistematico” (o di un “messaggio al sistema”, magari).

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La società platonica come possibile antidoto ai mali del presente

Se c’è un pensatore che, nel corso della storia dell’umanità, è arrivato a tratteggiare – e a lottare attivamente per la sua realizzazione, volendo essere diverso da «un uomo tutto parole, ma incapace di impegnarsi in qualsiasi azione» – un modello di società più “ideologicamente” affine a quello da noi proposto, quello è Platone.
In realtà sarebbe più esatto dire che siamo noi “in ritardo” di più di 2000 anni rispetto alle posizioni filosofico-politiche dell’ateniese e che quanto da noi proposto può a buon diritto essere considerato una riproposizione – in chiave contemporanea – della città-Stato platonica. Il che non è certo riduttivo né poco impegnativo, se consideriamo con oggettività l’opera del filosofo greco! Molte pagine della Repubblica, il dialogo nel quale teorizza la città-Stato perfetta, sono di uno spessore intellettuale e di una acutezza sociologica impressionanti.
Se dunque ci poniamo la domanda: “Qual è l’elemento disgregatore fondamentale degli attuali sistemi socio-politici?”, la risposta non potrà che essere una, con una serie di concause e conseguenze che non tratteggeremo qui. E tale risposta è «l’individualismo», identificato nella sua più sordida sfumatura che si manifesta nell’esaltazione del se stesso, nell’annichilimento di ogni principio sociale e comunitario, vincoli che vengono vissuti come ostacolo alla realizzazione di quella che chiamano, in modo decisamente distorto, «autodeterminazione», che altro non è che un continuo superare limiti che natura, civiltà e finanche buon senso impongono.
Insomma, è individualismo la tendenza all’autoaffermazione a discapito del contesto, dell’altro-ostacolo, della società, dello Stato.
Per questo oggi assistiamo a una sempre crescente anarchia dei costumi e della morale, che, personalizzandosi, non ha più motivo di obbedire alla natura e ai principi fissati dalla tradizione. L’individualismo – con la sua rappresentazione politicamente intesa, ovvero il liberal-liberismo – sgretola la comunità, la rende un vacuo contenitore di anime accecate dal proprio ego. «Tutto intorno a te» è lo slogan, così involontariamente cinico, che meglio rappresenta l’attuale tendenza. Il capitalismo contemporaneo – sia detto a margine – è stimolo e insieme conseguenza della nuova mentalità.
Platone, tornando alla nostra teorizzazione, rappresenta un fiero avversario della disgregazione odierna; forte della sua concezione organica dello Stato, egli teorizza una società pacificata dall’interclassismo che si regge sul cardine comunitario del bene comune. Come riconosce anche Julius Stenzel, parlando appunto dell’ordine gerarchico che vige nella comunità platonica, «L’autorità dei filosofi sulla massa degli artigiani non fa perciò che eseguire la loro stessa volontà, solo non sempre chiara a se stessi». E questa subordinazione volontaria alla classe dirigente è concepita in prospettiva del «compimento […] della propria felicità». Tralasciando necessariamente il contesto platonico, per forza di cose limitato rispetto a quello nel quale viviamo noi contemporanei, è del tutto evidente che – in netta contrapposizione con l’ideologia comunista della lotta di classe quale mezzo per imporre violentemente il predominio di una classe, in vista di un inumano livellamento generale dei singoli – la posizione di Platone ci appare conforme e anzi spunto propositivo interessantissimo di una società che noi vorremmo ordinata, gerarchica (in base a competenze e ad attitudini diversificate per natura) e fondata sulla collaborazione dei gruppi sociali.
Una società che Platone stesso ci descrive nel XII libro delle Leggi, opera successiva alla già citata Repubblica, parlando del contesto militare (ma nulla vieta di applicarlo in senso generico allo Stato): «Mai nessuno, né uomo né donna, sia senza un comandante, né l’anima di alcuno, sia sul serio sia per gioco, per abitudine si avvezzi ad agire da sola e di una iniziativa, ma viva in ogni situazione di guerra e di pace rivolgendo sempre lo sguardo verso il comandante e seguendolo […]; la vita di tutti sia per quanto possibile collettiva e comune a tutti […]. L’anarchia deve essere eliminata dall’intera vita di tutti gli uomini e degli animali soggetti agli uomini».
Ciò, in Platone, non presuppone un autoritarismo “vecchio stile”, ma una gerarchia sociale basata sul merito delle aspirazioni personali e sull’approccio psicologico alla realtà, andando così a realizzare una società del popolo e della élite. Senatus populusque, si sarebbe detto dalle nostre parti.

platone

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Perché non siamo una succursale della Lega

Tralasciando di parlare dell’approccio alla Patria (sarebbe troppo facile smontare la ‪Lega‬ Nord, che ha ancora nel proprio statuto l’indipendenza della cosiddetta e inesistente “padania“, su questo punto), ecco perché noi di Fascismo e Libertà non siamo un’appendice di ‪‎Salvini‬ sul tema dell’immigrazione.
La Lega è un partito che fa della demagogia e del cavalcare la paura popolare armi fondamentali della sua battaglia politica, che diventa per questo anti-politica.
Salvini e compagni impostano il loro discorso sull’odio verso gli stranieri in quanto stranieri, sul “negro” in quanto “negro”, così come una volta se la prendevano con i “terroni”. La tecnica è la stessa: si crea uno spauracchio e ci si ricama sopra con una trama di “dati” che a volte sono stereotipi e altre volte, invece, corrispondono alla verità. Ma la verità non è importante perché tanto il terreno fertile su cui giocare è rappresentato dall’antipatia viscerale che l’altro – lo straniero, il terrone – suscita. Non servono analisi, serve il nemico.
Tuttavia MFL-PSN sa bene che il nemico non è il profugo o il clandestino o l’immigrato (chiamiamolo come vogliamo) bensì il SISTEMA che permette allo straniero di entrare in Italia indisturbato.
Questo Salvini non lo dice e così fa il gioco di coloro che a parole dice di voler combattere!
Ma questo sistema da chi è retto? Esistono, in Italia, i detriti di quello che fu il partito comunista più potente d’Europa, eppure non sono i neocomunisti, gli autonomi, gli anarchici e compagnia (non) bella a gestire il sistema. Loro, al massimo, sono gli utili idioti che lo spalleggiano.
In realtà il sistema che favorisce l’immigrazione selvaggia (così come l’introduzione del matrimonio gay, la teoria del ‪‎gender‬ e il Jobs Act) è un sistema ‪‎capitalista‬. Il neoliberismo è il grande (ma non unico) nemico di oggi.
Lo stesso mondo dal quale Salvini cerca di elemosinare appoggi, presentandosi ai convegni dei giovani industriali…
Vedete dunque in cosa noi di MFL differiamo dalla Lega: noi ce la prendiamo con il burattinaio, i leghisti con gli ignari burattini.
Ricordatevelo quando si parlerà di elezioni!

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I ridicoli deliri di Sua Nullità

Tratto dal blog del Vice Segretario Nazionale Andrea Chessa, www.chessaandrea.blogspot.com

Certe cose si fa fatica persino a commentarle. Persino il sottoscritto, che qualche parola pronta la trova sempre, trova difficoltà davanti all’ennesima crociata idiota e puerile della Presidente della Camera, quella Laura Boldrini che dimostra sempre più instabilità mentale e che, anziché essere iscritta di prepotenza in un regime di trattamento sanitario obbligatorio, viene lasciata su uno degli scranni più importanti dell’Italia a ponitificare di questioni di lana caprina.

Quale sconvolgente problema assilla la “nostra” Presidentessa della Camera? Il malessere sociale degli italiani? La disoccupazione che non lascia scampo, specie quella giovanile che è a quota 35/38%? L’invasione di massa che sta subendo l’Italia in questi ultimi anni e che rende sempre più problematica, se così si può dire, la convivenza tra gli immigrati di varie etnie che ammorbano l’Italia e noi altri cittadini? Niente di tutto questo. Quello che la Boldrini non riesce a mandare giù è la scritta “Mussolini Dvx” dell’obelisco datato 1932 che fa bella mostra di se al Foro Italico di Roma. Quella scritta, alla Presidentessa, proprio non va giù. Dopo aver affermato che i partigiani sono di casa all’interno del Parlamento Italiano – e nessuno concorda meglio di noi, perché non c’è nessuno che meglio dei partigiani riesce a rappresentare la condizione di infamia, di tradimento, di disonore e di vigliaccheria che governa l’Italia antifascista da settant’anni a questa parte – Miss 2% veste i panni della talebana, ponendosi, né più né meno, sullo stesso piano dei talebani o dei guerriglieri dell’ISIS. Come questi ultimi hanno completamente distrutto le statue di Mosul e di Ninive, incapaci, nella loro violenta ignoranza, di comprendere quella cultura e quindi desiderosi di distruggerla e annientarla, allo stesso modo questa nullità fatta donna cerca di nascondere le malefatte e la inutile vanagloria di questa classe di massoni usurai – che ci governa grazie all’invasione dei fucili americani – distruggendo la memoria di chi, invece, questa Italia è riuscita a farla davvero.

Si accomodi, Presidentessa. Già che ci siamo potremmo radere al suolo tutto il quartiere dell’EUR, disintegrare Carbonia e Latina affinché possa tornare a proliferare la malaria e gli acquitrini, togliere le pensioni alle vedove di guerra e, già che ci siamo, anche abbattere l’intera pineta del Monte Giano. Che sarà anche patrimonio artistico tra i più belli e suggestivi d’Italia, ma quella scritta Dux, voluta dai Fascisti nel lontano 1932, proprio non si può vedere.

Una differenza, però, tra i criminali dell’ISIS e la Presidentessa, c’è. I primi sono nostri nemici, e sono perfettamente riconoscibili. Sgozzano, uccidono, rapinano, stuprano: hanno il fucile, il passamontagna, e a sparargli addosso, ipotizziamo, si potrebbe provare pure un certo piacere. Laura Boldrini, viceversa, è più subdola. Ammantata del mantello delle belle parole e delle buone intenzioni che coprono l’impeccabile tailleur e la messa in piega sempre perfetta, in realtà nasconde le tipiche caratteristiche degli antifascisti, e di quelli di sinistra in particolare: un odio disumano, ferale, innaturale e mostruoso nei confronti dell’avversario politico e specialmente nei confronti di chi, contrariamente a lei e a quella genia di traditori e di indegni vigliacchi che si sente orgogliosamente di rappresentare, questo nostro Paese è riuscito a farlo grande davvero. 

Non c’è nemmeno da arrabbiarsi granché. Tolga pure tutti gli obelischi che vuole, Presidentessa: che le piaccia o no, il Fascismo è come una palla in mezzo al mare. Si può pure tentare di farla rimanere sott’acqua, vincendo col proprio peso la forza dell’acqua: ma appena ci si distrae ecco che la palla, prepotente e invincibile, ritorna a galla. Il Fascismo è esattamente questo, Presidentessa. Vi potete pure sforzare di eliminarlo, cancellarlo, dannarlo all’oblio eterno: è il segno più tangibile che, sgherri partigiani e invasori apolidi a parte, non l’avete ancora sconfitto. E non saranno certamente i suoi deliri da nullità quale Lei è a farci dimenticare chi questo Paese lo ha reso davvero grande.

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Intervista ad Andrea Chessa

Nato a Cagliari il 21 giugno 1983, laureato in Lettere Moderne all ’Università di Cagliari, è entrato a far parte del Movimento Fascismo e Libertà in Sardegna, dapprima come semplice militante, poi divenendo Capo Provincia, Vice Segretario Regionale sardo e infine responsabile per la zona del sud Italia e le isole. Appassionato di Storia, letteratura, informatica, musica e sport; occupazione principale, ovviamente, è la politica, che segue sia come semplice militante politico, sia dalle pagina internet del suo blog personale, chessaandrea.blogspot.com.

Come è nata la passione per la politica?

A casa mia si è sempre parlato di politica, l’ho sempre masticata fin da quando ero piccolo. Nell’età dell’adolescenza ho deciso di approfondire per conto mio quello che fino a quel momento avevo solo sentito: volevo scoprire cosa c’era oltre quello che sentivo e leggevo comunemente. Ciò ha comportato per me non pochi problemi, a cominciare dalle scuole superiori, dove era fin troppo facile puntare il dito contro il fascista e anche prendere la sufficienza ad un tema di italiano diventava impresa ardua. Perfino prima della prova finale, in quinta superiore, fui minacciato da una docente dal presentarmi vestito di nero per non irritare la commissione d’esame: “consiglio” che ovviamente non seguii. Provando sulla mia pelle la crudeltà e l’odio atavico di coloro che si sono autoproclamati gli unici detentori dei buoni sentimenti, della tolleranza e della democrazia, scegliere di stare dalla “parte sbagliata” è stata una scelta esistenziale, ancor prima che politica.

Il Movimento Fascismo e Libertà non si ritiene classificabile come partito di destra. Come possiamo identificarlo allora?

Non siamo né di destra, né di estrema destra, né destra sociale, né qualunque altro tipo di destra. Il Fascismo non è mai stato e non sarà mai di destra. Siamo solo e semplicemente Fascisti. Quello che per gli altri è un insulto o un disonore, o al massimo un’etichetta da sbandierare nelle squallide carnevalate che ogni anno tanti sedicenti “fascisti” fanno a Predappio, per noi è un vanto e un titolo di merito. Abbiamo deciso di utilizzare senza paura un nome che fa ancora paura sia a chi è ancora lobotomizzato dalla propaganda antifascista da settant’anni a questa parte, sia ai poteri forti che il Fascismo lo combatterono alleandosi con un mostro disumano quale fu il comunismo sovietico: come possiamo pretendere che le persone capiscano cosa vogliamo dire se noi stessi non abbiamo il coraggio di chiamarci per quello che siamo veramente?

Il vostro movimento è stato più volte citato in giudizio per la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista e per aver usato simbologia fascista, ma è stato assolto. La motivazione è stata proprio la “Libertà” di cui gode il popolo rispetto al vecchio partito. Quali altre differenze ci sono?

Mi permetto una piccola precisazione. Siamo stati sempre assolti perché in questo Paese, contrariamente a quanto pensano coloro in malafede e i disinformati chesbandierano la famosa XII Disposizione Transitoria della Costituzione (probabilmente la loro conoscenza della Costituzione inizia e finisce qui), ci si può definire Fascisti, se si partecipa in maniera democratica alla vita politica della Nazione. Noi facciamo questo e più di 40 sentenze di assoluzione, visitabili sul nostro sito, lo dimostrano chiaramente. Alla faccia dei centri sociali e di coloro che cantano che “Uccidere un Fascista non è reato” (senza che nessun magistrato si senta in dovere di inquisirlo come invece accade a chi osa solo fare un saluto con il braccio teso). Quanto alle differenze tra noi e il Fascismo storico, non siamo così stupidi da vagheggiare il ritorno di un nuovo Mussolini (del resto uno statista così nasce una volta ogni mille anni!) o una nuova marcia su Roma. Riteniamo che il Fascismo sia, nei suoi propositi essenziali e fondamentali (difesa dell’identità, esaltazione del concetto di sovranità nazionale, socializzazione delle imprese, difesa della collettività con una grande attenzione al sociale e ai ceti più deboli della popolazione) la soluzione ai problemi che affliggono un’Italia la quale, grazie a questa classe di politici è diventata solo più povera, più insicura, più debole economicamente, socialmente e nei rapporti con gli altri Stati.

Del vecchio programma di Benito Mussolini, come considerate le leggi razziali del 1938?

Anche su questo argomento la propaganda di disinformazione e di menzogne che opera da decenni a questa parte ha, come al solito, inventato menzogne che hanno creato altre menzogne. Pochi sanno che già nel ’33, quindi prima che Adolf Hitler potesse mettere in atto qualunque violenza contro gli ebrei, per bocca di Chaim Weizman, rappresentante mondiale della comunità ebraica, tutti gli ebrei dichiararono ufficialmente guerra alla Germania, con tanto di articolo a caratteri cubitali sul New York Times. Internare un cittadino che si dichiara nemico di uno Stato è, da parte di quello stesso Stato, giusto e comprensibile, oltre che previsto dalle leggi di guerra all’epoca in vigore. Lo stesso fecero gli americani con gli italiani allo scoppio delle ostilità tra i due Paesi e non mi risulta che l’Italia abbia mai avuto nulla da ridire. Inoltre vi è da aggiungere che le esenzioni alle leggi razziali non impedirono a 250.000 ebrei di combattere valorosamente per i tedeschi (Bryan Mark Rigg, “I soldati ebrei di Hitler”, Newton & Compton Editori) mentre in Italia, a causa delle tante esenzioni previste, di fatto furono inapplicabili.

Cosa pensi dell’attuale situazione politica Italiana?

Non posso che guardare da lontano e col più assoluto disprezzo una classe politica fatta di mafiosi, corrotti, criminali e massoni  i quali, anche grazie ad una popolazione eccessivamente connivente e complice, hanno di fatto indebolito, umiliato e svenduto quella che un tempo era una grande Nazione. Dopo il 1945, abbiamo consegnato le chiavi di casa a comunisti e capitalisti: il risultato è una popolazione instupidita, schiavizzata e povera. Un governo serio (non si chiede tanto, no?!) non permetterebbe mai ad un gruppetto di burocrati europeisti di decidere quali riforme attuare e in che modo, così come non privilegerebbe mai immigrati estranieri a scapito degli italiani, così come non indagherebbe per eccesso di legittima difesa un benzinaio che ha avuto il solo torto di difendere un gioielliere e la sua impiegata che rischiavano di essere le vittime della solita banda di criminali rom, che, tra l’altro, manteniamo, a spese di tutti, in campi nomadi che sono covo di illegalità e delinquenza e che vengono protetti e coccolati da istituzioni, politici collusi e criminali di varia risma

Tra i partiti maggiormente votati, a quale vi sentite più affini?

Bella domanda… a volte ci hanno accostato alla Lega, ma nessuno di noi si è mai sognato di affermare che gli immigrati andavano sparati a vista o che i terroni erano il cancro d’Italia: ora la Lega riprende le posizioni che sosteniamo da vent’anni, pur con meno mezzi e visibilità rispetto a loro, e la cosa non può che farci piacere. Altre volte ci hanno accostato a Casapound, ma noi non abbiamo mai fatto alleanze con la destra di governo per agganciare qualche carro vincente. Altre volte ci hanno accostato a Forza Nuova, ma la verità è che il nostro è un partito laico, che lascia piena libertà di scelta religiosa ai suoi militanti e ai suoi elettori e mai si sognerebbe di insultare qualcuno perché non abbraccia la fede cattolica o non ha la pelle bianca: per noi un musulmano di colore che combatte per le nostre stesse idee è mille volte più degno di rispetto di un bianco con gli occhi azzurri, antifascista e cattolico. La verità è che nel panorama politico italiano siamo unici: non a caso abbiamo sempre rifiutato alleanze con la destra o l’estrema destra. Meglio correre da soli con le nostre percentuali da zero virgola qualcosa ma conservare quello che, secondo noi, manca davvero in questo Paese: la coerenza e la dignità prima ancora come persone ed esseri umani che come homines politici.

Cosa pensi dell’intervento dell’occidente nei paesi islamici contro il terrorismo?

Credo che se l’Occidente avesse messo in campo politiche diverse lungo gli ultimi decenni probabilmente non ci troveremo nella situazione di paranoia e di panico incui si trova gran parte dell’Europa, che ha commesso il tragico errore di pensare che semplicemente permettendo l’ingresso all’interno del nostro continente a persone diverse da noi per Storia, tradizione e cultura, col semplice contatto con noi si sarebbero assimilate e integrate. Oggi scopriamo non solo che questa è una balla colossale, contrariamente a quanto cercano disperatamente di negare, contro ogni evidenza, mondialisti e immigrazionisti di ogni risma, ma anche che questa gente, che evidentemente non accetta i nostri valori e l’Occidente tutto, è pronta a prendere le armi per rivoltarsi contro di noi. Anche perché spesso siamo stati noi ad armarli e a finanziarli, come ad esempio il tanto famigerato ISIS, che altro non è se non una creazione americana voluta e appoggiata per destabilizzare il governo legittimo del Presidente della Siria, Bashar Al Assad. Del resto il trucchetto è sempre quello: si prende di mira un governo che grazie alle sue politiche economiche e sociali cerca di riprendere e ripristinare la propria sovranità, lo si accusa di essere un crudele regime dittatoriale, e lo si rovescia a suon di bombe e massacri indiscriminati, in modo da rovesciarlo e poter instaurare il proprio governo fantoccio. Noi, in Italia, dovremmo saperne qualcosa. Non solo: noi condanniamo il terrorismo sempre e comunque. Perché mai l’operazione “Piombo fuso” con la quale Israele ha massacrato 800 bambini, nel silenzio connivente e complice dell’opinione pubblica mondiale, non viene considerata terrorismo? Perché mai le operazioni criminali che gli Stati Uniti portano avanti da settant’anni a questa parte dovrebbero essere considerate “interventi umanitari” e non essere chiamate per quello che sono, cioè operazioni di terrorismo, intimidazione e tentativi di rovesciamenti di governo con l’unico scopo di imporre al mondo intero la loro egemonia?

Credete che la gente abbia un’opinione sbagliata di voi? Come sono i ragazzi del Movimento Fascismo e Libertà?

Credo che sicuramente ci sia, in questo Paese, l’idea del Fascista come di un energumeno che gira armato di spranga a picchiare gli immigrati: paghiamo sia la nostra volontà di non nasconderci e di dichiararci apertamente per quello che siamo, sia l’ignoranza della gente, favorita da decenni e decenni di disinformazione mista a calunnia di politici, giornalisti, magistrati. I ragazzi di Fascismo e Libertà sono tanti, di tutte le estrazioni sociali, dal medico all’impiegato, passando per l’infermiere e l’operaio; si dedicano al volontariato, all’attività politica, allo sport, al lavoro, almeno chi ha la fortuna di averlo. Abbiamo delle idee propositive e costruttive, rifuggiamo la violenza, ma non siamo comunque disposti in alcun modo a chinare la testa o a farci sottomettere da nessuno, che sia il teppista di sinistra che assalta i nostri banchetti (sempre in dieci contro uno, come da tradizione partigiana) o che sia il giornalista calunniatore.

Fonte: http://www.unfoldingroma.com/personaggi/867/andrea-chessa/

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