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Mese: dicembre 2017

76 anni fa l’impresa di Alessandria

La notte di 76 anni fa, e precisamente il 19 dicembre 1941, sei uomini della Decima di Junio Valerio Borghese, uno dei reparti più arditi e più temerari di tutta la seconda guerra mondiale e più segnatamente dei reparti fascisti della Repubblica Sociale Italiana, compie un’azione destinata a rimanere nella Storia militare: a bordo di tre mezzi d’assalto chiamati dai militari italiani “maiali” per via della loro forma, più specificamente SLC (siluri a lenta corsa) penetrarono nel porto di Alessandria d’Egitto, riuscendo ad affondare due navi da guerra inglesi (la HMS Queen Elizabeth e la HMS Valiant) e mettendo fuori uso una nave cisterna (HMS Sagona) e un cacciatorpediniere (HMS Jervis).

L’impresa di Alessandria, così verrà chiamata, spinse addirittura lo stesso comando militare inglese a decorare tutti e sei i partecipanti dell’azione – Luigi Durand de la Penne, Emilio Bianchi, Antonio Marceglia, Spartaco Schergat, Vincenzo Martellotta, Mario Marino – con la medaglia d’oro al valor militare.

Questa azione militare, famosa ancora oggi per il coraggio e lo spirito di abnegazione con il quale venne condotto, al limite della follia, permise all’Italia, in quel momento, di avere la superiorità navale sulla flottiglia degli inglesi che, delle navi, avevano fatto, già da secoli, lo zoccolo duro del proprio esercito.

Winston Churchill dichiarerà: “Sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare nel Mediterraneo a vantaggio dell’Asse”.

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Non è un mondo per uomini. Grazia alla Cassazione, da oggi, ancora meno

In Cassazione devono aver festeggiato in anticipo il Capodanno, e devono aver bevuto tanto, per partorire la 55481/17 del 13.12.2017: non può spiegarsi diversamente il procedimento con cui si è arrivati a questa sentenza che punisce chi, per avere una relazione sessuale con una donna, millanti qualità che non ha o si attribuisca caratteristiche che non gli spettano, incorre nel reato di violenza sessuale, e come tale è sanzionabile.

Salta subito agli occhi la stupidità di una simile sentenza, ancora più grave poiché emessa dalla Cassazione, quindi uno dei massimi organi legislativi del nostro ordinamento.

Partiamo da un dato di fatto: se sono tantissimi coloro che fanno finta di essere chi in realtà non sono (e ciò vale ancor di più in una società come la nostra, basata sull’ostentazione di ciò che spesso non si ha), sono anche tantissime le donne che frequentano un uomo anche e soprattutto per ciò che quell’uomo può concedere loro: una bella auto, una cena in un bel ristorante o, più generalmente, una situazione agiata. Volendo essere ancora più politicamente corretti potremmo dire che, spesso, ciò che colpisce una donna non è solo l’aspetto fisico, ma anche chi è quell’uomo, che tipo di lavoro fa, che tipo di vita conduce, in che modo si veste.

Chi di noi non ha mai esagerato un po’ con la descrizione di se stesso per far colpo su una donna? Chi di noi non ha mai preso l’auto del padre, magari più grande e più appariscente, per un primo appuntamento? Chi di noi non ha mai acquistato un capo di abbigliamento per quella determinata occasione o per quella determinata festa? Chi di noi, al momento di uscire con la ragazza della quale era perdutamente innamorato, non ha scialacquato qualche centinaio di euro – spesso risparmiati faticosamente da settimane prima – nel ristorante più caro della città, solo per “fare colpo”? Chi di noi non ha mai fatto il galante in un locale, magari stappando una bottiglia di champagne solo per essere generoso con una ragazza? E quanti di noi, spesso, non sono stati “scaricati” subito dopo, quando la ragazza in questione si è accorta che non potevamo permetterci a lungo quello stile di vita e quelle abitudini, dimostrando in tal modo di non aver mai puntato a noi ma solo ed esclusivamente al nostro portafoglio o a ciò che quel portafoglio poteva permettersi?

Nella società occidentale, il 97% dei morti in guerra sono uomini; il 76% dei suicidi sono uomini; l’85% dei senzatetto sono uomini; il 70% delle vittime di omicidi sono uomini; solo il 14% degli uomini ottiene la custodia dei figli dopo il divorzio: forse i magistrati di Cassazione dovrebbero concentrarsi su questi dati, anziché confezionare l’ennesimo regalo alla casta di femministe rancorose, braccio armato di questa società che vuole sminuire la figura dell’uomo per meglio avere una massa informe di miserabili bastardi da poter manipolare e comandare a piacimento, di cui non sentivamo proprio il bisogno.

Questo non è certamente un mondo per uomini. Adesso ancora meno.

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Il Governo contro gli “estremisti di destra”: sono sempre più nel panico

I colpi di coda di un regime che sente sempre più il fiato sul collo di un vento che cambia e che non tira più nella loro direzione sono sempre più sfacciati ed evidenti.

Due giorni fa il Ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha candidamente affermato di star lavorando, con il governo (un governo senza alcun mandato popolare, nemmeno simbolico) allo scioglimento di tutte le organizzazioni cosiddette di estrema destra, xenofobe, neofasciste. Ciò verrà fatto applicando la legislazione attuale, particolarmente la legge Scelba e la legge Mancino, in merito al reato di ricostituzione del partito fascista e istigazione all’odio razziale. Ma, viene precisato, non viene esclusa a prescindere una legislazione ad hoc. Questa frase, in particolar modo, dovrebbe richiamare la nostra attenzione.

Delle due l’una: se il governo ha intenzione di utilizzare la legislazione attualmente in vigore non c’è alcun bisogno di fare alcunché. Esiste una parte dello Stato attualmente delegato a questo compito, vale a dire la Magistratura, ed è alla Magistratura ed ai giudici che spetta il compito di vigilare ed, eventualmente, punire. 

Se, invece, si volesse dare una ulteriore limata alla legislazione attuale, ciò comproverebbe solo ed esclusivamente una cosa: che questa casta di parassiti ormai non sa più cosa fare per tappare le falle del sistema che lei stessa ha creato. Disoccupazione, miseria sociale, criminalità: sono tutte emergenze che non riescono ad arginare e sulla quale i partiti cosiddetti di “estrema destra” continuano a raccogliere e ad aumentare le proprie percentuali e i propri consensi, con gran sdegno di lor signori che hanno mobilitato l’intero apparato di regime (media e magistratura inclusi) per mettere a tacere le voci dissonanti. Con scarso successo, almeno fino ad ora.

Sono sempre più nel panico. Avanti così.

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“Gli immigrati ci pagheranno le pensioni”: è il contrario



“Gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, e contribuiranno a pagarci le pensioni”. Quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase?

Bene: è una balla clamorosa. E, nonostante questo, mass media e politici si sono affannati e si affannano a ripeterla in qualunque servizio, in qualunque articolo, in qualunque dibattito televisivo.

Eppure già Giancarlo Blangiardo, professore di demografia all’Università di Milano Bicocca, aveva già smontato questa tesi bislacca in una sua intervista a Libero di qualche tempo fa:

« […]basterebbe alzare il livello delle retribuzioni e cambiare certi contratti per spingere i giovani italiani a fare quei lavori che oggi non fanno. Nella mia università il personale che fa la vigilanza è in buona parte straniero, ma non credo che i nostri disoccupati, a certe condizioni, non siano disponibili a quel tipo di lavoro. »

Lo abbiamo sempre detto e scritto, e lo ripetiamo: non esistono lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma stipendi che gli italiani non possono accettare. Non sarebbe meglio, anziché importare decine di migliaia di fancazzisti africani che contribuiscono ulteriormente a disintegrare il tessuto economico e sociale dell’Italia, spendere quei 4/5 miliardi l’anno che paghiamo per sostenere l’immigrazione illegale in sostegni alle famiglie e contributi alle imprese che permetterebbero di aumentare l’occupazione dei nostri giovani?

Nonostante tutto, però, saremo costretti, coi nostri stipendi da fame, a pagare le pensioni degli stranieri che sono arrivati qui e che arriveranno. A spiegarlo con parole chiare e semplici è sempre il professor Blangiardo:

«Gente che, però, è arrivata qui magari a 30 anni, o anche a 50 (pensiamo alle badanti ucraine), e che spesso, prima di firmare un regolare contratto di lavoro e versare i contributi, ha lavorato per un certo periodo in nero. Quando andranno in pensione, i loro assegni, calcolati col metodo contributivo, saranno molto esigui. Alcuni, è da pensare, talmente modesti da dover essere integrati dalla fiscalità generale. Sempre che ce lo si possa permettere».

Detto in parole più semplici: gli immigrati fanno lavori essenzialmente in nero o comunque sottopagati, essenzialmente molto umili. E questo, come già detto, perché accettano paghe e stipendi da fame che gli italiani, per ovvie ragioni, non possono accettare. Quindi il loro contributo al sistema pensionistico italiano è minimo, o comunque minoritario: saremo noi, quella collettività il cui sistema economico è stato stroncato in gran parte dalla concorrenza sleale dei nuovi schiavi stranieri utilizzati come manodopera a basso costo, a dover contribuire anche alle loro, di pensioni.

In Svezia, da sempre decantata dai nostri politici come modello di civiltà progressista e politicamente corretta, se ne stanno già rendendo conto.

Innanzitutto l’ondata migratoria è andata ad incidere pesantemente sulla qualità di vita degli stessi svedesi. Anzi, meglio sarebbe dire delle svedesi. Gli stupri e le violenze sessuali a danno delle donne scandinave, infatti, sono cresciuti di pari passo con l’aumento dell’immigrazione (legale e illegale) ed è ancora acceso, nella società svedese, il dibattito sulla responsabilità del governo e degli organi di informazione in merito al sempre più palese tentativo di nascondere l’etnia e/o la nazionalità degli autori di tali violenze per non aumentare la cosiddetta “xenofobia” e non dare il fianco alla propaganda della cosiddetta “estrema destra”. Un po’ come accadde a Colonia, in Germania, il Capodanno di qualche anno fa, quando venimmo a sapere, nonostante i tentativi della Polizia e del governo tedesco di insabbiare la questione proprio per evitare eventuali reazioni anti-immigrati, che diverse centinaia di giovani donne tedesche erano state violentate e molestate da giovani maschi africani letteralmente “ingrifati. Nel mio articolo del 13 gennaio dell’anno scorso (http://chessaandrea.blogspot.it/2016/01/gang-bang-alla-africana-sul-suolo.html) spiegavo che fu messo in atto una sorta di stupro di gruppo rituale, il “tarrush gamea”, molto diffuso nella società africana.

Tornando però al sistema pensioni in Svezia, è notizia di questi giorni (ovviamente taciuta e occultata dai nostri giornali democratici!) che il Ministro delle Finanze svedese, Magdalena Andersson, abbia annunciato che in futuro sarà necessario innalzare l’età pensionabile perché il sistema attuale non è più in grado di far fronte ai crescenti costi per sostenere l’immigrazione selvaggia con la quale la Svezia ci ha sempre dato lezioni, puntandoci il suo freddo ditino in faccia.

Detto in altre parole: il costo dello stato sociale svedese (scuole, pensioni, sanità, assistenza alle fasce più deboli della popolazione) è in costante aumento a causa del progressivo e inarrestabile aumento di popolazione: la Svezia è cresciuta molto, e subito. E ciò non perché gli svedesi si siano messi in massa a figliare come conigli (andare in pensione più tardi e con più sacrifici potrebbe anche risultare moralmente ed eticamente più accettabile se fosse fatto a causa di questo motivo) bensì perché la Svezia ha accolto, a spese dei propri cittadini, decine di migliaia di fancazzisti africani che sono stati mantenuti a spese della collettività.

Ora la Svezia comincia ad essere chiamata a pagarne il conto: in quartieri ingestibili a causa della forte presenza di immigrati, in stupri alle proprie donne e, ora, in sacrifici enormi. Non saranno gli immigrati a pagare le pensioni degli svedesi, ma questi ultimi a pagarle a loro.

In Italia ce ne renderemo mai conto?

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Aiutateci a ripristinare la legalità. Basta 1 euro

 

Vi chiediamo di aiutare, in un momento di grave crisi, un locale di Palermo, il Fusorario, che ha deciso di investire sulla rinascita della città, garantendo posti di lavoro sicuri e il ripristino della legalità in una zona della, Piazza Olivella, da sempre preda di abusivi e illegali di varia natura.

Perché aiutare un locale che forse nemmeno conoscete e dove, probabilmente, non andrete mai?

È presto detto. Il Fusorario, per bocca del suo titolare, Francesco, ha sempre lottato per il ripristino della legalità, attirando su di se, nel corso degli anni, molte minacce, intimidazioni, e attentati dinamitardi contro il locale. È stata una birra da 4 euro, servita per errore ad un cliente oltre l’orario di chiusura, la condanna di Francesco, del Fusorario e dei suoi dipendenti. In una zona preda del malaffare, della mafia e dell’illegalità, in cui i controlli delle autorità sono pressoché inesistenti e chi si batte per ciò viene emarginato e ostracizzato, quando non apertamente minacciato, il Fusorario si trova a pagare una sanzione di 7.000 euro. Il tutto per una sola birra.

È per questo che facciamo appello a chiunque di Voi per aiutare un locale storico di Palermo, il Fusorario, a non soccombere contro l’accanimento burocratico, l’illegalità, il malaffare, tutti nemici che Francesco e la sua famiglia hanno sempre combattuto.

Basta una donazione, anche di 1 euro, al conto corrente intestato ad Arkimede di Capizzi Francesco SAS, IBAN IT 56 B 03268 04605 052227535380; oppure conto Paypal: fusorario@me.com.

Aiutateci a ripristinare la legalità. Basta 1 euro.

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