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Professore, esca dal ghetto! Ossia: Tolkien era davvero «di destra»?

Si dice che chi non sa fare parla e noi potremmo aggiungere che chi non è in grado di capire – una persona, un fenomeno, una situazione – semplifica, riduce a stereotipi, etichetta.
Potremmo anche dire che chi non capisce, ed è armato della giusta dose di malafede, mistifica per delegittimare o comunque ghettizzare qualcosa che intuisce essergli sgradito. È quanto è accaduto a J. R. R. Tolkien, grande scrittore britannico autore dell’ormai immortale Signore degli Anelli, ma anche di altre opere ugualmente splendide, quando di fantasia, e altrettanto importanti, quando legate alla produzione saggistica del professore.
Con la notevole differenza – o aggravante – che le etichette sono fioccate anche “in positivo”, ossia in quel tentativo, tipico di una certa area politica a caccia di riferimenti culturali, di procacciarsi pilastri narrativi e legittimazioni artistiche con tanto di bollino di approvazione. Un procedimento che non si discosta molto da quello operato – In Italia – dalla sinistra.
Sì: Tolkien è stato spesso (ed è tuttora) acclamato da chi si definisce «di destra» come uno scrittore «di destra», laddove dall’altra parte della presunta barricata istituzionale nessuno si è scomodato a reclamare il professore inglese. Ma questo equivoco interpretativo, che sarebbe meglio definire semplificazione ideologica, è stato ed è un grave errore, se ragioniamo in prospettiva e a lungo termine. Un errore annacquato – quasi provvidenzialmente – dal fatto che, dal 1989 in poi, la politica fa sempre meno presa sulle masse, soprattutto giovanili.
Pertanto, anche se Tolkien fosse «di destra», questo non sarebbe un ostacolo per il giovane incuriosito. Resterebbe tuttavia in lui la convinzione di essere di fronte a un autore destrorso, in forza di una “tradizione” interpretativa ormai consolidata. Bisogna, in ogni caso, fare alcune brevi considerazioni di sottofondo. La prima è che, del tutto banalmente, Tolkien si è trovato a vivere in un contesto che lo ha influenzato in modo determinante; basti pensare alla conversione alla religione cattolica della madre – vera e propria icona che ritroveremo trasfigurata in personaggi come Galadriel – o all’esperienza militare che lo vide volontario come sottotenente dei fucilieri durante la Prima guerra mondiale.
È evidente, di conseguenza, che il retaggio del professore era tale per cui era inevitabile un conflitto aperto e irrisolvibile con certe linee di pensiero genericamente progressiste (Tolkien era un cultore delle varie tradizioni linguistiche medievali che trovano il loro sbocco in quel corpo di leggende e miti europei che furono a lungo studiati dal nostro). Uno dei motivi per cui la sinistra difficilmente poteva azzardarsi a includere Tolkien nel proprio pantheon.
Ma qui sta l’inghippo! Se da un lato l’equivoco di Tolkien autore «di destra» è stato in qualche modo alimentato dalla vicinanza dello scrittore a certi temi e a certe posizioni religiose e intellettuali, cosa che ne ha favorito «l’inclusione per esclusione», dall’altra Tolkien non ha mai fatto politica né intendeva lanciare messaggi politici “mediati” dalle opere di fantasia che andava delineando! Se così fosse stato, infatti, chi scrive crede che il suo modo letterario di procedere sarebbe stato sicuramente più lineare – invece sappiamo che Il Silmarillion, base concettuale de Lo Hobbit e del Signore, ebbe una gestazione di circa 60 anni e che fu pubblicato postumo dal figlio Cristopher, suo esecutore letterario.
Aggiungiamo anche l’insofferenza per l’allegoria (politica e non) di Tolkien e il tutto appare più chiaro: «Detesto l’Allegoria – l’allegoria cosciente e intenzionale (…)», scriveva il professore a Milton Waldman, nel 1951.
Un altro elemento ancora che induce a credere che Tolkien non volesse legittimare una visione delle sue opere come un prodotto politico è la sua equidistanza, da cittadino britannico conservatore, dalle posizioni politiche di Hitler – definito, nelle sue lettere personali, come un «piccolo ignorante, ispirato da un diavolo pazzo» – e di Stalin, che è «quel vecchio assassino assetato di sangue». Interessante, a riconferma della apoliticità letteraria tolkieniana, il fatto che le sue opere abbiano mandato in tilt diversi critici, che hanno visto nei suoi personaggi e nel suo mondo tutto e il contrario di tutto. Da chi intravedeva nel personaggio negativo di Saruman il Bianco, il potente capo dell’ordine degli stregoni, un dittatore fascista che convince con la sua grande oratoria (Robert Plank, The Scouring of the Shire: Tolkien’s View of Fascism, 1975) – tuttavia sappiamo che il professore sostenne, nel 1944, la fazione di Francisco Franco! – a chi, invece, associava Mordor, il territorio estremo-orientale della Terra di Mezzo, all’Unione Sovietica. Quasi certamente, nessuna delle due ipotesi è corretta.
E poi ancora: nel Signore degli Anelli, gli uomini del Sud, dalla pelle scura, sono genericamente intesi come rozzi, violenti e malvagi, il che ha fatto pensare che Tolkien si attestasse su posizioni anche solo implicitamente razziste – e l’appropriazione (un’altra) da parte del British National Party avrebbe potuto avvalorare la tesi. Nondimeno sappiamo che l’autore espresse tutto il proprio orrore nei confronti dell’apartheid sudafricano (Tolkien, britannico fino al midollo, era comunque nato a Bloemfontein, in Sudafrica).
Abbastanza per sfatare il mito del Tolkien destrorso? Come al solito, piuttosto che forzare la mano in un gioco che rischia di danneggiare autore e opere, sarebbe meglio apprezzare un prodotto letterario per quello che è e per gli spunti di riflessione – traducibili anche in comportamenti nel quotidiano – che esso offre, senza che si presuma l’esistenza di un “messaggio sistematico” (o di un “messaggio al sistema”, magari).

tolk

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