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Mese: agosto 2015

Professore, esca dal ghetto! Ossia: Tolkien era davvero «di destra»?

Si dice che chi non sa fare parla e noi potremmo aggiungere che chi non è in grado di capire – una persona, un fenomeno, una situazione – semplifica, riduce a stereotipi, etichetta.
Potremmo anche dire che chi non capisce, ed è armato della giusta dose di malafede, mistifica per delegittimare o comunque ghettizzare qualcosa che intuisce essergli sgradito. È quanto è accaduto a J. R. R. Tolkien, grande scrittore britannico autore dell’ormai immortale Signore degli Anelli, ma anche di altre opere ugualmente splendide, quando di fantasia, e altrettanto importanti, quando legate alla produzione saggistica del professore.
Con la notevole differenza – o aggravante – che le etichette sono fioccate anche “in positivo”, ossia in quel tentativo, tipico di una certa area politica a caccia di riferimenti culturali, di procacciarsi pilastri narrativi e legittimazioni artistiche con tanto di bollino di approvazione. Un procedimento che non si discosta molto da quello operato – In Italia – dalla sinistra.
Sì: Tolkien è stato spesso (ed è tuttora) acclamato da chi si definisce «di destra» come uno scrittore «di destra», laddove dall’altra parte della presunta barricata istituzionale nessuno si è scomodato a reclamare il professore inglese. Ma questo equivoco interpretativo, che sarebbe meglio definire semplificazione ideologica, è stato ed è un grave errore, se ragioniamo in prospettiva e a lungo termine. Un errore annacquato – quasi provvidenzialmente – dal fatto che, dal 1989 in poi, la politica fa sempre meno presa sulle masse, soprattutto giovanili.
Pertanto, anche se Tolkien fosse «di destra», questo non sarebbe un ostacolo per il giovane incuriosito. Resterebbe tuttavia in lui la convinzione di essere di fronte a un autore destrorso, in forza di una “tradizione” interpretativa ormai consolidata. Bisogna, in ogni caso, fare alcune brevi considerazioni di sottofondo. La prima è che, del tutto banalmente, Tolkien si è trovato a vivere in un contesto che lo ha influenzato in modo determinante; basti pensare alla conversione alla religione cattolica della madre – vera e propria icona che ritroveremo trasfigurata in personaggi come Galadriel – o all’esperienza militare che lo vide volontario come sottotenente dei fucilieri durante la Prima guerra mondiale.
È evidente, di conseguenza, che il retaggio del professore era tale per cui era inevitabile un conflitto aperto e irrisolvibile con certe linee di pensiero genericamente progressiste (Tolkien era un cultore delle varie tradizioni linguistiche medievali che trovano il loro sbocco in quel corpo di leggende e miti europei che furono a lungo studiati dal nostro). Uno dei motivi per cui la sinistra difficilmente poteva azzardarsi a includere Tolkien nel proprio pantheon.
Ma qui sta l’inghippo! Se da un lato l’equivoco di Tolkien autore «di destra» è stato in qualche modo alimentato dalla vicinanza dello scrittore a certi temi e a certe posizioni religiose e intellettuali, cosa che ne ha favorito «l’inclusione per esclusione», dall’altra Tolkien non ha mai fatto politica né intendeva lanciare messaggi politici “mediati” dalle opere di fantasia che andava delineando! Se così fosse stato, infatti, chi scrive crede che il suo modo letterario di procedere sarebbe stato sicuramente più lineare – invece sappiamo che Il Silmarillion, base concettuale de Lo Hobbit e del Signore, ebbe una gestazione di circa 60 anni e che fu pubblicato postumo dal figlio Cristopher, suo esecutore letterario.
Aggiungiamo anche l’insofferenza per l’allegoria (politica e non) di Tolkien e il tutto appare più chiaro: «Detesto l’Allegoria – l’allegoria cosciente e intenzionale (…)», scriveva il professore a Milton Waldman, nel 1951.
Un altro elemento ancora che induce a credere che Tolkien non volesse legittimare una visione delle sue opere come un prodotto politico è la sua equidistanza, da cittadino britannico conservatore, dalle posizioni politiche di Hitler – definito, nelle sue lettere personali, come un «piccolo ignorante, ispirato da un diavolo pazzo» – e di Stalin, che è «quel vecchio assassino assetato di sangue». Interessante, a riconferma della apoliticità letteraria tolkieniana, il fatto che le sue opere abbiano mandato in tilt diversi critici, che hanno visto nei suoi personaggi e nel suo mondo tutto e il contrario di tutto. Da chi intravedeva nel personaggio negativo di Saruman il Bianco, il potente capo dell’ordine degli stregoni, un dittatore fascista che convince con la sua grande oratoria (Robert Plank, The Scouring of the Shire: Tolkien’s View of Fascism, 1975) – tuttavia sappiamo che il professore sostenne, nel 1944, la fazione di Francisco Franco! – a chi, invece, associava Mordor, il territorio estremo-orientale della Terra di Mezzo, all’Unione Sovietica. Quasi certamente, nessuna delle due ipotesi è corretta.
E poi ancora: nel Signore degli Anelli, gli uomini del Sud, dalla pelle scura, sono genericamente intesi come rozzi, violenti e malvagi, il che ha fatto pensare che Tolkien si attestasse su posizioni anche solo implicitamente razziste – e l’appropriazione (un’altra) da parte del British National Party avrebbe potuto avvalorare la tesi. Nondimeno sappiamo che l’autore espresse tutto il proprio orrore nei confronti dell’apartheid sudafricano (Tolkien, britannico fino al midollo, era comunque nato a Bloemfontein, in Sudafrica).
Abbastanza per sfatare il mito del Tolkien destrorso? Come al solito, piuttosto che forzare la mano in un gioco che rischia di danneggiare autore e opere, sarebbe meglio apprezzare un prodotto letterario per quello che è e per gli spunti di riflessione – traducibili anche in comportamenti nel quotidiano – che esso offre, senza che si presuma l’esistenza di un “messaggio sistematico” (o di un “messaggio al sistema”, magari).

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La società platonica come possibile antidoto ai mali del presente

Se c’è un pensatore che, nel corso della storia dell’umanità, è arrivato a tratteggiare – e a lottare attivamente per la sua realizzazione, volendo essere diverso da «un uomo tutto parole, ma incapace di impegnarsi in qualsiasi azione» – un modello di società più “ideologicamente” affine a quello da noi proposto, quello è Platone.
In realtà sarebbe più esatto dire che siamo noi “in ritardo” di più di 2000 anni rispetto alle posizioni filosofico-politiche dell’ateniese e che quanto da noi proposto può a buon diritto essere considerato una riproposizione – in chiave contemporanea – della città-Stato platonica. Il che non è certo riduttivo né poco impegnativo, se consideriamo con oggettività l’opera del filosofo greco! Molte pagine della Repubblica, il dialogo nel quale teorizza la città-Stato perfetta, sono di uno spessore intellettuale e di una acutezza sociologica impressionanti.
Se dunque ci poniamo la domanda: “Qual è l’elemento disgregatore fondamentale degli attuali sistemi socio-politici?”, la risposta non potrà che essere una, con una serie di concause e conseguenze che non tratteggeremo qui. E tale risposta è «l’individualismo», identificato nella sua più sordida sfumatura che si manifesta nell’esaltazione del se stesso, nell’annichilimento di ogni principio sociale e comunitario, vincoli che vengono vissuti come ostacolo alla realizzazione di quella che chiamano, in modo decisamente distorto, «autodeterminazione», che altro non è che un continuo superare limiti che natura, civiltà e finanche buon senso impongono.
Insomma, è individualismo la tendenza all’autoaffermazione a discapito del contesto, dell’altro-ostacolo, della società, dello Stato.
Per questo oggi assistiamo a una sempre crescente anarchia dei costumi e della morale, che, personalizzandosi, non ha più motivo di obbedire alla natura e ai principi fissati dalla tradizione. L’individualismo – con la sua rappresentazione politicamente intesa, ovvero il liberal-liberismo – sgretola la comunità, la rende un vacuo contenitore di anime accecate dal proprio ego. «Tutto intorno a te» è lo slogan, così involontariamente cinico, che meglio rappresenta l’attuale tendenza. Il capitalismo contemporaneo – sia detto a margine – è stimolo e insieme conseguenza della nuova mentalità.
Platone, tornando alla nostra teorizzazione, rappresenta un fiero avversario della disgregazione odierna; forte della sua concezione organica dello Stato, egli teorizza una società pacificata dall’interclassismo che si regge sul cardine comunitario del bene comune. Come riconosce anche Julius Stenzel, parlando appunto dell’ordine gerarchico che vige nella comunità platonica, «L’autorità dei filosofi sulla massa degli artigiani non fa perciò che eseguire la loro stessa volontà, solo non sempre chiara a se stessi». E questa subordinazione volontaria alla classe dirigente è concepita in prospettiva del «compimento […] della propria felicità». Tralasciando necessariamente il contesto platonico, per forza di cose limitato rispetto a quello nel quale viviamo noi contemporanei, è del tutto evidente che – in netta contrapposizione con l’ideologia comunista della lotta di classe quale mezzo per imporre violentemente il predominio di una classe, in vista di un inumano livellamento generale dei singoli – la posizione di Platone ci appare conforme e anzi spunto propositivo interessantissimo di una società che noi vorremmo ordinata, gerarchica (in base a competenze e ad attitudini diversificate per natura) e fondata sulla collaborazione dei gruppi sociali.
Una società che Platone stesso ci descrive nel XII libro delle Leggi, opera successiva alla già citata Repubblica, parlando del contesto militare (ma nulla vieta di applicarlo in senso generico allo Stato): «Mai nessuno, né uomo né donna, sia senza un comandante, né l’anima di alcuno, sia sul serio sia per gioco, per abitudine si avvezzi ad agire da sola e di una iniziativa, ma viva in ogni situazione di guerra e di pace rivolgendo sempre lo sguardo verso il comandante e seguendolo […]; la vita di tutti sia per quanto possibile collettiva e comune a tutti […]. L’anarchia deve essere eliminata dall’intera vita di tutti gli uomini e degli animali soggetti agli uomini».
Ciò, in Platone, non presuppone un autoritarismo “vecchio stile”, ma una gerarchia sociale basata sul merito delle aspirazioni personali e sull’approccio psicologico alla realtà, andando così a realizzare una società del popolo e della élite. Senatus populusque, si sarebbe detto dalle nostre parti.

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Perché non siamo una succursale della Lega

Tralasciando di parlare dell’approccio alla Patria (sarebbe troppo facile smontare la ‪Lega‬ Nord, che ha ancora nel proprio statuto l’indipendenza della cosiddetta e inesistente “padania“, su questo punto), ecco perché noi di Fascismo e Libertà non siamo un’appendice di ‪‎Salvini‬ sul tema dell’immigrazione.
La Lega è un partito che fa della demagogia e del cavalcare la paura popolare armi fondamentali della sua battaglia politica, che diventa per questo anti-politica.
Salvini e compagni impostano il loro discorso sull’odio verso gli stranieri in quanto stranieri, sul “negro” in quanto “negro”, così come una volta se la prendevano con i “terroni”. La tecnica è la stessa: si crea uno spauracchio e ci si ricama sopra con una trama di “dati” che a volte sono stereotipi e altre volte, invece, corrispondono alla verità. Ma la verità non è importante perché tanto il terreno fertile su cui giocare è rappresentato dall’antipatia viscerale che l’altro – lo straniero, il terrone – suscita. Non servono analisi, serve il nemico.
Tuttavia MFL-PSN sa bene che il nemico non è il profugo o il clandestino o l’immigrato (chiamiamolo come vogliamo) bensì il SISTEMA che permette allo straniero di entrare in Italia indisturbato.
Questo Salvini non lo dice e così fa il gioco di coloro che a parole dice di voler combattere!
Ma questo sistema da chi è retto? Esistono, in Italia, i detriti di quello che fu il partito comunista più potente d’Europa, eppure non sono i neocomunisti, gli autonomi, gli anarchici e compagnia (non) bella a gestire il sistema. Loro, al massimo, sono gli utili idioti che lo spalleggiano.
In realtà il sistema che favorisce l’immigrazione selvaggia (così come l’introduzione del matrimonio gay, la teoria del ‪‎gender‬ e il Jobs Act) è un sistema ‪‎capitalista‬. Il neoliberismo è il grande (ma non unico) nemico di oggi.
Lo stesso mondo dal quale Salvini cerca di elemosinare appoggi, presentandosi ai convegni dei giovani industriali…
Vedete dunque in cosa noi di MFL differiamo dalla Lega: noi ce la prendiamo con il burattinaio, i leghisti con gli ignari burattini.
Ricordatevelo quando si parlerà di elezioni!

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